Plymouth non è più IGT. Ma giustamente nessuno se n’è accorto

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Giuseppe Pedeliento, Brand Ambassador & Product Specialist, GinO12 & Vermù ci racconta la storia del Plymouth Gin e dei gin IGT e la sua visione sull’Indicazione Geografica

Se ne è parlato troppo poco – o a dire il vero nessuno se ne è accorto – ma a partire dal 2016 l’amato Plymouth Gin non può più vantare l’Indicazione Geografica Territoriale (IGT o PGI – protected geographical indication come riportato dal regolamento CE 110/2008). Non fa cioè più parte del club di quelle tipologie di prodotto o brand che sono anche un luogo.

Nato nel 1783 nell’omonima località costiera nel sud-ovest dell’Inghilterra, da sempre base strategica della marina inglese, si narra che il Plymouth fosse il gin preferito della Royal Navy soprattutto nella sua versione Navy Strength (nomen, omen). Prodotto da Blackfrairs Distillery ma di proprietà del colosso multinazionale degli spirit Pernod Ricard, Plymouth è un gin ottimo (almeno per chi scrive), una base perfetta per la preparazione dei grandi classici cocktail coloniali (primo fra tutti il Gimlet, ma anche per un Pegu, un Singapore Slings e, perché no, per un Martini Dry) e piacevole anche in accompagnamento ad una tonica. Tuttavia a livello tecnico non è diverso da un London Dry e presenta una composizione botanica molto classica: ginepro, radice di angelica, scorza di limone, cardamomo, scorza di arancia dolce, coriandolo, radice di iris.

Il Plymouth ha perso la certificazione IGT… ma parlando di gin è davvero così importante?

Il Mahon Xoriguer, altro gin ad avere una certificazione IGT

Il Mahon Xoriguer, altro gin ad avere una certificazione IGT

Oltre a Plymouth, solo altri due brand rientrano nel gotha dei gin IGT: Mahon Xoriguer, detto anche gin de Mahon, e il gin di Vilnius che prende appunto il nome dalla capitale della piccola Lituania, un tempo parte del blocco sovietico.

Quanto al Mahon la storia insegna che per tutto il 18° secolo l’isola di Minorca (Baleari) fu sotto la dominazione della corona inglese. Marinai e soldati britannici in quegli anni frequentavano le taverne locali, ma non erano in grado di soddisfare il loro bisogno di gin. Presto alcuni artigiani trovarono una soluzione al problema. Importarono le bacche di ginepro e – mancando il grano sull’isola – iniziarono a produrre il gin da una base alcolica di uva. Il gin, divenne rapidamente una bevanda molto popolare sull’isola. Nella prima parte del 20° secolo, su iniziativa dei Pons, una famiglia di artigiani di Minorca, fu creato il marchio Xoriguer con l’intento di commercializzare il prodotto che sino a quel momento si vendeva solo sull’isola. Il prodotto è il risultato della distillazione in alambicchi di rame, di una base alcolica di uva in cui vengono fatte macerare bacche di ginepro e altre erbe aromatiche (gelosamente tenute segrete) rigorosamente di origine locale. Una volta distillato, il gin viene raffinato in botti di rovere per tre settimane per smussare le note dell’alcol finale. A parere di chi scrive Mahon Xoriguer è un gran gin, soprattutto in considerazione dei suoi “soli” 38 gradi. In acqua tonica è riconoscibile tra mille e malgrado non sia “etilicamente” muscoloso, è prepotente come altri gin che possono contare su gradazioni ben più elevate.

Del gin di Vilnius invece non se ne sa abbastanza. Si sa solo che la sua produzione è stata avviata nei primi anni ’80 da parte della Spiritus Vilnensis e che si tratta del primo gin prodotto nella capitale lituana. Tuttavia – non avendo mai avuto personalmente il piacere di provarlo – non ho idea né se sia buono o meno, né se abbia davvero qualcosa di caratteristico e di particolare. Dalle poche informazioni a disposizione si sa solo che il Vilnius Gin sia di fatto un London Dry e che abbia una composizione botanica di non particolarmente unconventional: ginepro, coriandolo, scorze di arancia e semi di aneto.

Tuttavia, sia il Gin de Mahon sia il Vilnius Gin hanno mantenuto l’IGT, a differenza di Plymouth. Pernod Ricard infatti ha deciso di rinunciare alla certificazione per non dover diffondere dati di produzione definiti sensibili dall’azienda.

La richiesta dell’indicazione geografica, infatti, in linea con la legge 110/2008, deve essere corredata di un documento riportante:

  • una descrizione dello spirit comprese le principali caratteristiche fisiche, chimiche e/o organolettiche del prodotto nonché le caratteristiche specifiche della bevanda rispetto alla categoria cui appartiene;
  • la definizione della zona geografica interessata;
  • la descrizione del metodo di produzione e, se del caso, dei metodi locali, leali e costanti;
  • gli elementi che dimostrano il legame con l’ambiente geografico o con l’origine geografica.

Insomma la stessa regola del vino. Per fare un esempio, il Brunello di Montalcino che è vinificato con uve 100% Sangiovese non può essere prodotto in Campania (malgrado questo vitigno sia lì presente) ma solo ed esclusivamente nel territorio senese di Montalcino.

Da quanto detto, secondo me, la disciplina comunitaria è stata utilizzata in maniera scorretta per quel che riguarda la categoria del gin. Le IGT infatti sembrano essere state attribuite più per ragioni storiche e di heritage che non per ragioni di vero “localismo” del prodotto. Ciò vale sia per Plymouth Gin sia per il gin di Vilnius, ma non per il Mahon che invece utilizza vitigni locali per realizzare la base alcolica utilizzata nel processo di distillazione (base peraltro decisamente non comune per un gin).

La scelta di Pernod Ricard sulla certificazione dipende dalla volontà dell’azienda di non diffondere certi dati sensibili (che con la certificazione verrebbero resi trasparenti)

Ha senso parlare di terroir per il gin?

Ha senso parlare di terroir per il gin?

Inoltre, io penso che per la categoria del gin l’indicazione geografica non abbia molto senso. Ci sono infatti una miriade di metodi di distillazione ma nessuno di questi è “locale”. I botanici possono essere riforniti da qualunque paese del mondo senza alcuna restrizione se non quelle dettate dagli accordi commerciali tra Paesi e – soprattutto – non vi è un disciplinare rigido. Basti pensare alla stranezza della nomenclatura “London Dry” che indica un metodo di produzione e non che il gin debba essere fatto a Londra.

In aggiunta, che senso ha parlare di “terroir” per un gin? Fa davvero la differenza produrre un gin in UK, in Olanda o in Austria? Certo, in alcuni paesi la “mastery” di alcuni distillatori è inimitabile. Ma basterebbe delocalizzare il distillatore e il suo sapere per ottenere lo stesso prodotto. Certo, in alcuni Paesi si trova una qualità di ginepro superiore, o dei botanici particolari. Ma basterebbe importarli come fanno molti produttori (penso a Bobby’s Schiedam che importa la lemon grass dall’Indonesia, o a N.209 che importa il bergamotto dalla Calabria o al “quintessential” Ophir che si procura le spezie dal nord Africa). Certo, la differenza potrebbe essere data dall’acqua (si pensi al “distilled in England, chilled in Iceland” su cui Martin Miller’s ha costruito il proprio posizionamento distintivo). Ma in tal caso bisognerebbe proteggere l’acqua, non il gin. La domanda che a mio avviso ci dobbiamo porre è la seguente: al consumatore interessa davvero che un gin abbia una indicazione geografica protetta? La risposta a parere di chi scrive è: decisamente NO.

E quale è il rischio di imitazione in un comparto produttivo in cui ogni giorno nasce una nuova etichetta? La gin craze del 21° secolo vede come protagonisti dei produttori che fanno del loro meglio per produrre gin di elevata qualità e con un posizionamento distintivo unico e inimitabile. A qualcuno verrebbe mai in mente di produrre un gin con un’infusione di cetriolo e rosa canina copiando di fatto Hendrick’s? O mettendo more e mirtilli emulando Brockman’s? Beh, a qualcuno è venuto in mente, ma con risultati commerciali del tutto insoddisfacenti. La categoria invece è piena di ottimi esempi di produttori che si sono ricavati un’indicazione geografica non certificata, ma a cui il consumatore fa riferimento come criterio di scelta e di comparazione. Posso citarvi Gin Mare che ha occupato la “nicchia” del posizionamento Mediterraneo. Macaronesian che, come Xoriguer, si è appropriato dell’immaginario di un’isola (Tenerife) senza minimamente preoccuparsi dell’IGT. Monkey 47 che tra le altre (almeno 47) narrazioni di brand ha reso la Schwartzwald un luogo esotico e affascinante e, nell’immaginario del consumatore, luogo di “grandi gin”. Brooklyn che ha costruito un brand facendo leva su un “micro-local” (un quartiere di New York) ma ricco di significati globali, quali il movimento hipster con le sue bretelle, barbe lunghe, camicie a quadri e “scatti fissi”. Ma anche – per citare un esempio locale – a Zu Plun che con Dol Gin si è accaparrato le Dolomiti, patrimonio dell’Unesco e fiore all’occhiello dell’Italia agli occhi degli stranieri.

Insomma, il locale e il localismo rappresentano ad oggi la principale narrazione di molti brand di successo. Non ci serve di sicuro una IGT. Ci servono dei contesti locali ricchi di storia, di valori, di tradizioni, di storie passate, ma anche contemporanee, che possano affascinare i consumatori e che possano influenzarne la scelta.

E questa è una buona notizia soprattutto per l’emergente ecosistema del gin italiano. Raccontando bene l’Italia nelle narrazioni di marca, forse di fronte alla domanda “Italia o Minorca?” lo stesso consumatore sceglierà l’Italia. Non è cosa comune essere il Paese della “grande Bellezza”. È molto più comune l’IGT.

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