Elephant Gin: pieno, buono, intelligente

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Come nasce l’ispirazione per un gin? Realtà e fantasia si uniscono nel racconto di Flavio Orlando su Elephant Gin, il gin che salva gli elefanti

(I personaggi del racconto sono fittizi. N.d.R.)

Edgar Rice un tempo selezionava il migliore baobab del Malawi viaggiando ogni volta fino a Lilongwe, la capitale. “I miei elefanti vogliono il massimo della qualità”, diceva.

Versò un po’ di Elephant Gin in due bicchieri di vetro di Boemia; si trovavano nella sua casa ad Amburgo. Aggiunse ghiaccio e tonica, diede una mescolata girando due volte il cucchiaino.

“Anche questo gin ha il miglior baobab del Malawi tra le sue botaniche.”

Prese da un cesto in cucina una mela verde, tagliò due grossi spicchi e li tuffò nei due Elephant Gin & Tonic. “E mele tedesche.” Sorrise indicando il suo piccolo giardino al di là della finestra spessa dove si trovavano due meli.

Africa, Germania, Inghilterra… Un filo conduttore unico:
il gin e le sue botaniche

“Africa e Germania, inconciliabili?” Rise di gusto e guardò il suo amico. “No, penso vadano molto d’accordo.”

Edgar Rice era un grande esperto di Africa, Sudafrica ed elefanti, era inglese ma viveva ad Amburgo da sempre. L’altro, tedesco puro, non aveva mai messo il naso fuori dai confini nazionali.

“Questo gin lo fa un mio amico, l’ho conosciuto nella savana.”

Quanti anni della sua vita aveva passato a cacciare bracconieri che cacciavano elefanti?

Illustrazione di Flavio Orlando

Edgar Rice volava leggero sul suo biplano nei tramonti africani, fucile in spalla, reti, mappe e binocoli, armamentario stereotipo di avventure nel continente nero. Correvano sul terreno rosso e arancio antilopi nella sterpaglia infinita, nell’aria solo il suono del motore che gracchiava come un uccello gigante. Sullo sfondo i bellissimi pachidermi, gigantesche pietre semoventi, brillanti benedizioni come le chiamava Edgar Rice. Quando avvistava un bracconiere scendeva di quota e prendeva la mira con la rete, di quelle con i pesetti alle estremità; la lasciava cadere e questa afferrava, quasi sempre, uno dei cacciatori. Poi spari in aria per spaventarli e questi scappavano sulle jeep.

Un giorno lanciò la sua rete sul soggetto sbagliato, catturando un poveraccio che stava raccogliendo buchu, artiglio del diavolo e artemisia afra, cercando le botaniche perfette per il suo gin.

Era tedesco, brillante come gli elefanti. “Quando penso al mio gin lo penso come loro, grande, calmo, sicuro e intelligente. Non ho ancora capito come rendere un gin intelligente ma ce la farò.”

Edgar Rice e il suo nuovo amico avevano passato innumerevoli notti a fantasticare sull’Africa, nella casa di Edgar al limitare della savana. I ruggiti dei leoni si sentivano nitidi a chilometri e chilometri di distanza, le sagome dei baobab mastodontiche si stagliavano spesso sul cielo blu cobalto, il resto era silenzio e sogni. Il tedesco gli faceva provare le sue sperimentazioni, i tentativi delle prime distillazioni ed Edgar dava consigli. “C’è troppa Africa qui dentro.” Diceva con sapienza inglese.

Poi i voli con l’aeroplano, la caccia in coppia, i bracconieri che scappavano, le autorità impassibili e spesso corrotte.

Illustrazione di Flavio Orlando

“Penso che metterò qualcosa di europeo, ho pensato a del pino di montagna dall’Austria, della buccia d’arancia spagnola, della lavanda e del fiore di sambuco polacco. Sono stereotipi come il tuo equipaggiamento però sono la chiave.”

Quando Edgar Rice gli raccontò degli elefanti asiatici il tedesco decise di aggiungere una nota speziata al gin, dello zenzero e della cassia.

Il giorno che colpirono un bracconiere alla gamba l’odore della polvere da sparo rimase così tanto impresso nel naso del tedesco che questi decise di aggiungere pimento messicano alla ricetta.

Edgar Rice continuava a lavorare al suo ricovero e salvare pachidermi, al tedesco ancora mancava qualcosa.

Sfortunatamente venne il giorno in cui il biplano si ruppe, i bracconieri imperversarono, gli elefanti languirono. Edgar Rice chiuse il ricovero e tornò ad Amburgo; il tedesco sparì per molto tempo.

Anni dopo bussò alla porta dell’amico inglese, un debole sole accarezzava i due meli del suo giardino. Parlarono di Africa per tutto il pomeriggio, poi la sera, fino a tarda notte. Racconti vecchi un secolo, leggende personali e popolari; la lista dei bracconieri che avevano fatto fuggire era lunga quanto quella degli elefanti che salvarono. “Mi ero dimenticato degli elefanti.” Disse sorridendo.

Chiese a Edgar Rice delle mele del suo albero e se ne andò. Ricomparve dopo alcuni mesi con la prima bottiglia di Elephant gin dicendogli, “mancava il padre degli elefanti nella ricetta. Ora è perfetta.”

Le mele del giardino di Edgar furono il ponte che unì finalmente l’Africa alla Germania, l’ingrediente mancante, ciò che arrotonda il sapore finale del gin.

Finirono i due Elephant gin & tonic e mangiarono lo spicchio di mela rimasto in fondo al bicchiere. “Mi ricorderà sempre gli elefanti, pieni, buoni e intelligenti, come questo gin.”

(I personaggi del racconto sono fittizi. N.d.R.)

 

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