Il gin e il blues

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Ascolta la musica di Marco Cairone e lasciati trasportare dalle note leggendo le vicende in cui il gin è stato Angelo e Demone delle grandi cantanti blues

Con questo primo articolo viene dato il via ad una nuova rubrica curata da Marco Cairone e che ci porta a scoprire come l’alcool e in particolare il Gin sia stato protagonista o sullo sfondo di vicende che hanno coinvolto artisti di vario genere e in particolare musicisti e cantanti.

Il Gin è stato per molti musicisti sia una benedizione che una dannazione…

Il gin e il blues…

Ho una triste, triste storia oggi,
me ne andrò alla Gin House quando suona la sirena,

ho quella malinconia della peggior specie,
andrò laggiù e vediamo se mi riesce di tirarmi su…

Così cantava Bessie Smith nei primi del ‘900 il suo “Gin House Blues” parlando del proprio uomo che la faceva soffrire e cercando di non pensarci trovando ristoro presso la Gineria…

Nina Simone

In realtà il “Gin House Blues” non è una canzone di Bessi Smith e nemmeno ne esiste una sola. Per anni sono state confuse due canzoni: la prima scritta da Fletcher Henderson nel 1925, la seconda pochi anni dopo dal pianista e paroliere James C. Johnson sotto lo pseudonimo di Harry Burke. Poco male che questa seconda canzone avesse un titolo originale differente (Me and My Gin) perché essendo state entrambe interpretate dalla magistrale Bessie, si confusero diventando unicamente due “Gin House Blues”. Bisognerà attendere diversi anni e divere altre cover prima di riscoprire la differenza d’origine grazie anche alla interpretazione di questa seconda canzone da parte di un’altra grandissima cantante, Nina Simone che quasi sussurrava:

Stay away from me cos I’m in my sin
Stay away from me everybody cos I’m in my sin
If this joint is raided somebody give my gin
Don’t try me nobody cos you will never win
Mm yeah don’t try me nobody cos you will never win
I’ll fight the army and navy somebody gives me my gin

Bessie e Nina, due cantanti di fama mondiale che col proprio stile personale hanno saputo trasmettere attraverso il canto, l’elaborazione drammatica di tutto il proprio dolore, di vite private difficili e penose.

Solo …a good bottle of gin will get it everytime… Così si accompagnava al piano Nina forse pensando alle numerose volte che il marito produttore la picchiava per non parlare degli altri violenti uomini della sua vita oppure negli ultimi anni di vita, annegando nel gin la tristezza di aver scoperto un tumore al seno che alcuni anni dopo la farà scomparire.

Bessie Smith

Sorte migliore non è toccata a Bessie che per tutta la vita ha dovuto lottare contro la discriminazione razziale. Prima di diventare famosa una vita di inferno, poi quasi l’oblio a fine carriera quando altri generi oltre al blues cominciarono ad essere sempre più seguiti e si correva dietro ai primi cantanti “commerciali”. Bessie era un’artista completa: anche ballerina, attrice comica e persino mimo.

In fondo il blues, quello ancora delle origini, si basa su una fusione di espressività in cui tutto quello che è un uomo o una donna nel suo sentire più profondo, viene fuori in tutta la sua drammatica naturalezza. Il blues non scarta nulla, neanche le cose brutte o tristi, anzi, proprio su queste fonda il proprio significato. Non ha nemmeno bisogno di molti orpelli o virtuosismi. Il blues delle origini è essenziale come lo è la propria struttura armonica o in gergo il “giro” di blues. Si deve aspettare il jazz (che per la cronaca nasce proprio dal blues) per cominciare a parlare di strutture musicali complesse, improvvisazione, armonia e …competizione tra musicisti…

Devo anche consultare un mago,
devo anche consultare un mago,
perché questa malinconia si è accampata presso la mia porta,
voglio che lui la cacci via perché non torni mai più.

Il Gin e il blues, il gin e l’artista: è sterminato l’elenco di artisti e di musicisti che si deliziavano con un gin tonic o che semplicemente lo bevevano anche così (chi ha visto il film Fences – da noi tradotto col titolo Barriere -diretto e interpretato da Denzel Washington, nota il protagonista, operaio, che a fine giornata torna a casa con il suo migliore amico e sosta davanti all’uscio a parlare e parlare fino ad aver scolato una bottiglia intera di gin).

Il Gin è stato di ispirazione per altri titoli e composizioni di cui tratteremo successivamente. Basti solo citare il blues What good can drinkin’ do nell’interpretazione di Janis Joplin nel 1962.

Curiosa la storia di questa cover: Janis si trovava a casa di amici e non era ancora famosa; fu questa la prima registrazione in assoluto di una sua canzone. Dopo poco tempo Janis cambierà qualcosa nel proprio stile e anche nel proprio timbro di voce raggiungendo quel “graffiato” tipico e riconoscibile immediatamente. Comunque è interessante andare a risentirla in What good can drinkin’ do.

Janis Joplin

Ma parlavamo di Bessi Smith e della sua sorte non meno drammatica di quella di Nina Simone.

Era il 26 settembre 1937. Bessie aveva deciso di uscire in auto con Richard Morgan con una vecchia Packard. Guidava lui perché Bessie non aveva la patente. L’autista non riuscì ad evitare un grosso camion. Con l’urto l’auto si rovesciò su un fianco. Bessie rimase gravemente ferita e un avambraccio le fu quasi staccato. Per caso, un medico che transitava a quell’ora di notte con un amico, si fermò per prestare i primi soccorsi. Vista la gravità della situazione, mandò il suo amico a chiamare un’autoambulanza. Richard era rimasto illeso. La Chevrolet del dottore era ferma in mezzo alla strada. Sopraggiunse un’altra vettura, che andava a circa 60 km all’ora e tamponò la macchina del medico, che a sua volta andò addosso alla vecchia Packard. Gli occupanti dell’ultima vettura erano una coppia di bianchi, che ritornavano da un party. Dovette essere chiamata una seconda ambulanza.

Bessie fu trasportata all’Afro American Hospital G.T.Thomas di Clarksdale, mentre gli altri due feriti al poco lontano ospedale per bianchi. Entrambe le strutture erano piccoli ospedali di campagna, non sufficientemente attrezzati per affrontare gravi emergenze. Bessie morì dissanguata forse prima di raggiungere l’ospedale o poco dopo.

Sulle circostanze della morte e su tutto ciò che seguì, si sono scritte e dette molte cose. La morte di Bessie si trasformò in una “cause celèbre”, tanto che divenne un’opera teatrale “The Death of Bessie Smith” di Edward Albee, ed andò in scena a Berlino nel 1960. La versione che circolò per un po’ di tempo, fu che Bessie fu portata d’emergenza in un ospedale per bianchi e che le furono negate le cure necessarie. Tutto era nato da un articolo pubblicato per la rivista “Down Beat”, scritto un po’ di getto da John Hammond, che aveva raccolto solo delle voci. Si capì tempo dopo, fatte le dovute indagini, che Bessie fu subito portata all’ospedale per afro americani. A quel tempo con la segregazione negli stati del sud, nessuna persona di colore sarebbe stata affidata ad una struttura ospedaliera per bianchi.

I funerali si svolsero a Filadelfia e parteciparono circa settemila persone. La tomba della cantante rimase senza lapide perché il marito dichiarò di non avere i soldi per affrontare la spesa. Fu fatta una sottoscrizione, per aiutarlo a provvedere, ma lui spese il denaro per altro.

Il mio uomo mi ha fatto piangere tutta la notte,
me ne andrò al Pub, e me ne starò per conto mio,
voglio affogare il mio dolore nel Gin e stringermi a qualcun altro…

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