Looking up: il fantastico mondo di Michel Petrucciani

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Una vita difficile, la volontà di essere eccezionale in un mondo in cui poteva essere “normale”: la storia di Michel Petrucciani raccontata da Marco Cairone

Looking Up

(Clicca per scaricare il file audio… Enjoy and God Save the Gin!)

In un mio viaggio di alcuni anni fa a Parigi, tornai a visitare il cimitero Père Lachaise dove si possono vedere numerose tombe di personaggi famosi. Percorrendo un vialetto interno ad un certo punto arrivai di fronte alla tomba di Michel Petrucciani. Avevo letto che era stato sepolto lì ma me lo ero completamente dimenticato fino a quel giorno, quando mi ci sono imbattuto senza cercarlo.

“Se non posso essere normale voglio essere un’eccezione, un’artista eccezionale.” M. Petrucciani

Petrucciani fu un musicista dotato di talento strepitoso se si considera oltretutto che fu affetto dalla nascita dalla “sindrome delle ossa di cristallo”, che ne bloccò la crescita ossea. Soffrì per tutta la vita di problemi di salute, problemi appunto alle ossa e forme di persistenti infezioni tra cui la polmonite che lo uccise poco dopo aver compiuto 36 anni.

Ciò nonostante, utilizzando anche “protesi” particolari come quella necessaria per arrivare ai pedali di un pianoforte, Petruccini seppe diventare un pianista eccezionale, in grado di coprire tutta la tastiera mantenendo quel suono cristallino, a volte prodotto da un tocco incisivo e a volte da un tocco delicato come già sapevano fare Evans o Jarrett. Al di là di queste affinità, le sue registrazioni sono memorabili nelle formazioni quali il trio, spesso con musicisti che già avevano lavorato con i suoi due mentori (Gary Peacock e Jack DeJohnette per citarne solo alcuni).

Nato a Orange in Francia nel 1962 da famiglia di origine italiana (il nonno era napoletano), Petrucciani ebbe, nonostante i problemi di salute, un’attività professionale intensissima. Trasferitosi in California incontra Charles LLoyd, un sassofonista che proprio grazie al pianista francese decise di ritornare sulla piazza. Con lui e altri musicisti, Petrucciani conquistò così anche l’ambiente americano.

Cominciò a dividersi tra Francia e America, muovendosi anche nel resto del mondo. Era instancabile ma la verità era che il suo fisico non reggeva facilmente le estenuanti tournée. Anche lui e forse più giustificato di altri, cominciò a far uso di varie sostanze, inizialmente per aiutarsi e sostenersi, tra cui droga e alcool. Ne seppero qualcosa gli amici e soprattutto le due ex mogli (una italiana e che ancora oggi è una valida pianista e insegnante).

Dai loro racconti e da quanto altro viene riportato nel film “Lettre à Michel Petrucciani” del regista Frank Cassenti viene fuori un profilo privato del musicista non proprio lusinghiero. Facile all’ira, la dipendenza da droga e alcool lo portava spesso ad esagerare facendosi il vuoto intorno per giorni, fino a quando le sue depressioni momentaneamente passate gli permettevano di riprendersi e di rituffarsi nel suo lavoro.

Sembra che avesse tra le predilezioni, oltre alle donne che sapeva conquistare con un certo suo fascino complessivo e tradendo più volte le sue compagne fisse, una passione per il Gin che però beveva come gli altri alcolici più allo stato puro che non in forma di cocktail o long drink.

Riuscì ad un certo punto quasi a disintossicarsi, anche per via della nascita di suo figlio, pure lui affetto dalla stessa malattia ma in forma più stabile e meno complicata.

petrucciani

Anche per lui la performance musicale ideale fu però sempre quella al piano solo e sono tantissime le registrazioni e i tour che lui fece per il mondo eseguendo repertori di standard o di suoi brani originali, abbinandoli, accorpandoli, scorporandoli e ancora lavorando con improvvisazioni strabilianti sulla materia musicale, spesso eseguendo dei medley famosi come quello di She Did It Again e Caravan in “Solo Live” del 1997.

Diceva riguardo al piano solo:

“Mi piace la sua completezza come strumento. Puoi suonare in modo percussivo, armonico o melodico, poi mi piace molto l’aspetto fisico che suonare il piano implica. Molto tempo fa feci un’allusione al pianoforte; dissi che quando apro la tastiera è come se mi trovassi davanti una fila di denti. Mi sorridono ma sembrano anche chiedermi in modo sinistro: “Beh, cosa intendi fare con me adesso?” Penso che sia la mia immaginazione di bambino. Ora, voglio esprimere il mio stile in modo tanto nitido che ogni nota che suono deve poter essere cantata. Quando ci riesco sono felice perché è come con il linguaggio quando vuoi andare diritto al nocciolo, senza fronzoli. Penso che l’aspetto preponderante del mio stile sia la precisione del mio tocco”

petrucciani

Aveva ragione.

Il suo modo di suonare e il suo tocco rimangono impressi a lungo dopo averlo ascoltato.

In un video famoso e che fece il giro del mondo, lo si può veder suonare dal vivo davanti a Papa Wojtyla che ad un certo punto fa un espressione tra l’ammirato e stupefatto, rimanendo letteralmente di stucco, come sorpreso che da un corpo così minuto potesse uscire tutta quella potenza e musicalità.

Consiglio a tutti di vedere il docufilm che nel 2011 l’inglese Michael Radford gli ha dedicato “Michel Petrucciani – Body & Soul “.

 Ebbi il piacere di vederlo in Italia dal vivo proprio al piano solo. Alla conclusione del concerto si alzò, prese un applauso da terremoto e come spesso faceva, sorridendo, si scostò un po’ dal piano indicandolo come fosse un altro musicista e chiedendo al pubblico un applauso solo per lo strumento.

Questo era Petrucciani!

 

Nella registrazione al piano con batteria, un breve inciso della sua Looking Up.

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