Ungava Gin… Deciso e ammiccante…

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ungava gin

Il nostro Flavio Orlando ci trasporta sempre in luoghi meravigliosi: oggi andiamo fra il freddo del Canada e lo sguardo caldo di una bella donna con Ungava Gin…

“Lo senti?” Ferma, distoglieva lo sguardo verso destra per concentrarsi solo sul suono. La cittadina era semplice, composta di soli tre elementi: case prefabbricate ben distanti tra loro, catrame quanto basta per collegarle, e neve, per nove mesi l’anno. Il suono che cercava era quello del traffico cittadino, qualche motore borbottava al gelo spaccando il vetro dell’aria algida, secca e rigida come cristallo. Chiuse gli occhi.

La notte, il freddo, una bella donna… il momento giusto per un Ungava Gin & tonic

In un attimo si fece notte, il tempo era quasi immobile e le ore scivolavano una sull’altra. L’aurora boreale, testimone muta di quello spettacolo artico, vegliava sulla baia di Ungava, proteggendo con il suo sguardo gelante la flora del luogo, dormiente sotto il materasso di neve. Quando questa sarebbe comparsa di nuovo, gli abitanti ne avrebbero raccolto le bacche, minuscoli concentrati di vita, ingredienti principi di Ungava Gin.

ungava gin

Illustrazione di Flavio Orlando

Nella cittadina motori colossali scaldavano gli interni degli edifici. I pochi locali erano sovraffollati di luci gialle, popolati da grossi tavoli di legno lucido e altrettanti occhi affilati e sorrisi spaziosi. L’Ungava Gin in quest’oasi di calore artificiale veniva servito con tonica e ghiaccio. Il liquido, giallo come le luci, si adagiava sul fondo nevoso del bicchiere, scorreva come l’aurora sulla terra rattrappita e nivea. Il caldo pallido del gin faceva crepitare il ghiaccio, legna in quel camino di vetro. Nel caldo asfissiante da baita del locale si cercava il fresco mitigatore, come se non li bastasse l’aria pungente che aspettava oltre la sottile porta di legno.

La sua mente andava agli inuit che raccoglievano ginepro del Nord, camemoro, tè del Labrador, empetro nero, cinorridi di rosa canina, su minuscoli pendici rocciose appena spruzzate di verde, terra impervia e faticosamente generosa. Il vento che sferzava le punte flebili dei cespugli, le mani ingrossate dal freddo a scegliere i frutti migliori, minuti e turgidi. L’Ungava Gin è figlio delle terre artiche, inaspettate donatrici delle botaniche che lo illuminano.

ungava gin

Illustrazione di Flavio Orlando

Era assente, guardava di fronte a lei, gli occhi persi nel bianco dei ricordi, verso qualche pomeriggio dalla neve bicolore, il giallo del sole che la bagnava di luce da un lato e l’azzurro del cielo che la copriva d’ombra dall’altro. Chiuse gli occhi.

Improvvise gaie valanghe di risate la riportarono al tavolo, scoppiò a ridere anche lei. Aveva sempre le guance rosa, risaltavano sulla pelle pallida, il maglione sceso a metà spalla, la clavicola e il collo sottile di fuori. Ordinò un altro Ungava & Tonic al cameriere, nerboruto e giocondo inuit. Fuori la bufera si schiantava sui vetri, desiderosa di entrare e di aggiungersi alla compagnia. Dentro, il calore del riscaldamento e degli animi accesi, il tepore delle lampadine a incandescenza, la presenza di lei.

Apparentemente timida, piena, con il volto leggermente tondo, mi lanciò un’occhiata, decisa e ammiccante, come questo gin.

ungava gin

Illustrazione di Flavio Orlando

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