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Tabar Gin: da Modena modernità, tradizione e… nebbia!

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Gin Tabar, l’unico gin distillato nella bassa Emiliana: la redazione de ilGin.it è andata in missione in distilleria per scoprire tutto su questo fantastico gin!

Tabar Gin ci ha subito colpiti per il suo speciale legame con il territorio della Bassa Modenese. La maggior parte dei gin italiani attinge dalla natura, dall’arte e dalla cultura del luogo di produzione per caratterizzarsi, però i produttori di Tabar Gin non si sono limitati a esaltare la bellezza della zona, ma anche quello che può sembrare un punto debole: la nebbia! Un tale amore per le proprie origini in tutte le loro sfaccettature non poteva passare inosservato, soprattutto quando riversato in un ottimo gin tutto italiano. La redazione de ilGin.it ha quindi deciso di partire per Finale Emilia e di incontrare i creatori di Tabar Gin per farci raccontare il loro prodotto e la storia di Casoni SpA, la loro giovane azienda che da poco ha compiuto 200 anni.

Tabar Gin, distillato nella nebbia fra i fiumi Secchia e Panaro

Casoni: 200 anni di tradizione

Per prima cosa ci viene raccontata la storia dell’azienda. Fu fondata da Giuseppe Casoni nel 1814 in via Piave, a Finale Emilia, ed era un piccolo opificio con annessa osteria che produceva liquori e il cui prodotto di punta era l’Anicione extra dry con estratto di anice stellato. Al tempo nella zona si trovavano moltissimi produttori di liquori, soprattutto per via delle numerose confraternite e conventi dove venivano distillati gli amari, ma una tassa indetta dal Duca d’Este nel 1816-17 provocò la chiusura della maggior parte delle distillerie. Ne rimasero solo due, di cui una era Casoni.

Nei primi del ‘900 l’azienda viene spostata nel centro del paese. Uno dei nostri ciceroni ci mostra la foto d’epoca che mostra il negozio e sopra la casa in cui visse la sua famiglia. Alla fine della guerra, infatti, il nonno di uno degli attuali proprietari di Casoni prese in mano l’attività e la portò avanti fino alla morte nel 1964. La distilleria passò poi nelle mani dello zio allora venticinquenne, un uomo visionario, avanti rispetto ai tempi e che fino a poco prima aveva intrapreso una brillante carriera come pilota. Lo zio trasferisce lo stabilimento dove si trova attualmente nel 1971 e l’attività, prima solo di tipo artigianale, diventa di portata industriale e il focus dell’azienda si sposta dai liquori tradizionali alla produzione per conto terzi. Viene avviata la produzione di milioni di bottiglie, tra le quali l’Amaro Braulio, il Nocino Benvenuti (venduto poi a Montenegro) e il Limoncino di Sorrento. Per produrre quest’ultimo lo zio apre un’attività a Sorrento per la raccolta e l’infusione delle bucce di limoni che poi venivano lavorate per creare il prodotto finale a Finale Emilia.

Nel 2000 uscivano dall’azienda 22-23 milioni di bottiglie, soprattutto private label, ma nonostante il grande successo lo zio, per motivi personali, decide di cedere l’azienda ad Averna nel 2008, che espande lo stabilimento di Finale Emilia e chiude tutti gli altri. Oltre all’attività a Sorrento, infatti, lo zio aveva aperto una distilleria in Slovacchia che dagli anni ‘90 aveva iniziato a fare grandi affari verso la Russia e aveva tentato di espandersi in Cina, ma era troppo in anticipo sui tempi.

Durante il terremoto del 2012 collassò il magazzino, ma l’apertura del secondo stabilimento più l’attività in Slovacchia permisero all’azienda di arginare il disastro economico e di andare avanti. Nel 2014, però, Averna cedette Casoni a Campari, da cui gli attuali proprietari hanno riacquistato nel 2016 quella che era l’azienda di famiglia di uno di loro. Ora sono gli orgogliosi possessori dei marchi Casoni, dei prodotti per la pasticceria e della vodka prodotta in Slovacchia.

Ho detto che si tratta di una giovane azienda anche se antica proprio perché i nuovi proprietari hanno una visione molto più moderna e, pur rimanendo profondamente legati alla tradizione (come anche si vede dall’immagine vintage dei prodotti), vogliono rilanciare il brand nei tempi attuali, mossi dalla loro immensa passione e voglia di fare.

Tabar Gin

La redazione de ilGin.it assieme a Piergiorgio Pola (a destra), uno dei creatori di Tabar Gin

Dai liquori al gin il passo è breve

Il legame di Casoni con il territorio, con la tradizione e con la storia dell’azienda è evidente in tutti i suoi prodotti, dalle due rivisitazioni del vermouth con ingredienti del luogo, l’aceto balsamico e le noci, all’erbaceo Amaro del Ciclista (che si ispira a quella che era la loro ricetta del Braulio), al più dolce Amaro Casoni (più simile all’Averna) al liquore di liquirizia amara, senza dimenticare il famoso Anicione che ha inaugurò la produzione ottocentesca.

Volendo aggiungere a questi prodotti un qualcosa di nuovo e tutto loro, i nuovi soci pensarono di fare un gin. Già Campari aveva avviato questo progetto, ma volevano incentrarsi su un gin Mediterraneo, mentre Paolo e Pier Giorgio preferivano mantenere il legame con il modenese e quindi pensarono a Tabar Gin. Nove botaniche, fra le quali non potevano mancare i semi di anice, che donano una nota fresca al gin e rendono omaggio all’Anicione Casoni. Per la realizzazione del compound gin è stata scelta una ricetta originale del 1814, quindi la lenta produzione è di tipo artigianale e in piccoli lotti da 300 bottiglie.

Tabar Gin

Tabar Gin e altri prodotti Casoni

Tabar Gin, avvolgente come la nebbia, rassicurante come un mantello

Il legame tra Tabar Gin e il territorio è subito evidente per due motivi: il nome e la bottiglia. Il design di quest’ultima è semplice e abbastanza comune, Paolo l’ha scelto perché gli piaceva, ma la cosa davvero originale è la serigrafia in bianco e nero (o a colori, il risultato è lo stesso) che vi è sopra. Rappresenta il paesaggio nebbioso della bassa emiliana con al centro un uomo avvolto nel suo tabarro. Il tabarro è il mantello a ruota che dà il nome al gin, tipico delle zone rurali del modenese, che viene chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta così da avvolgersi attorno al corpo. Il perfetto simbolo di una terra avvolta nella nebbia che, in un attimo, scompare alla vista e perfetta immagine per un gin che viene distillato fra le nebbie dei fiumi Panaro e Secchia.

Ci è piaciuta molto la descrizione del gin che compare sulle cartoline del brand: “Gin Tabar affonda le sue radici nella bassa emiliana, dove gli inverni sono avvolti in una nebbia che nasconde i dettagli ma riporta in superficie i ricordi. Avvolgente e rassicurante come un vero tabarro, è un gin dai forti aromi che si distingue per la sapiente miscelazione di 9 botaniche…”

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Tabar Gin

Il responsabile R&S di Casoni e la redazione de ilGin.it in distilleria

Esplorando lo stabilimento di Finale Emilia: la distillazione di Tabar Gin

Alla fine della chiacchierata veniamo presentati al responsabile di Ricerca e Sviluppo di Casoni, che ci accompagna ad esplorare la distilleria e il laboratorio. L’entusiasmo con il quale ci viene descritto il lavoro di produzione è incredibile! Ci mostrano dove le botaniche vengono lasciate singolarmente in infusione per tre giorni a una temperatura di circa 60°C e gli alambicchi discontinui con cui vengono distillate per poi riposare per ben tre mesi. Ci spiegano perché la giusta quantità di tempo e la giusta temperatura sono fondamentali per arrivare al perfetto equilibrio che caratterizza il loro gin. Alla fine sono necessari circa trenta giorni perché i distillati delle nove botaniche, finalmente uniti, si sposino fra di loro  alla perfezione.

Il risultato è un gin dall’aromaticità intensa, con un profumo e un gusto molto forti ma effettivamente ben bilanciati. Al naso emergono le note degli agrumi, ma il ginepro e l’anice sono presenti, anche se è al palato che il ginepro la fa da padrone, unito alle note terrose del coriandolo e dell’angelica, seguite da quelle del cardamomo e del rosmarino, molto fresche come quelle dell’anice che emerge alla fine assieme a una più delicata nota di camomilla. Una boccata piena che non può che dare grande soddisfazione.

Leggi la scheda su L’Enciclopedia del Gin

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