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Chiude il Caffè Giacosa, la culla del Negroni

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La fuga da Firenze del marchio Cavalli coinvolge anche la storica insegna del Caffè Giacosa in cui il conte dettò la ricetta del suo “americano col gin”

Anche l’estate porta fulmini a ciel sereno. L’ultimo si è schiantato in via Tornabuoni, a Firenze, dove rischia di fare una brutta fine uno dei simboli della miscelazione mondiale e della storia del bartending: il Caffè Giacosa. Al secolo Caffè Casoni, anche se cambiò presto nome, era il bancone il cui negli anni Venti il mitologico Conte Camillo Negroni si fermava a confidarsi con Fosco Scarselli, suo barman di fiducia, a cui chiese di aggiungere un po’ di gin al posto del selz per rendere più forte il suo americano. In altre parole, su quel bancone vide la luce il primo Negroni: l’inizio del mito e della leggenda dell’“Americano alla moda del Conte Negroni”, che presto diventò Negroni e basta.

Il Caffè Giacosa, già Caffe Casoni, era il locale preferito dal conte Negroni

Già qualche disavventura il Caffè Giacosa l’aveva vissuta. Come dicevamo, era diventato tale dopo aver abbandonato la dicitura di Caffè Casoni, che era poco più che una drogheria, di quei posti non troppo eleganti che piacevano al conte fra un salotto e l’altro. Poi nel 2001 l’aveva rilevato Roberto Cavalli che, con un’abile mossa, aveva trasformato i locali con affaccio in una delle vie dello shopping fiorentino più blasonate nella sua boutique, lasciando al Caffè Giacosa gli spazi in via Spada, che si trova alle spalle. Non senza, peraltro, annettere il suo nome. E oltretutto comportando un’ulteriore danno al Caffè Giacosa, che per via dello spostamento dei locali, a rigor di legge, non può esser tutelato dal comune in quanto insegna storica.

Ora Cavalli versa in cattive acque ed è in piena ricapitalizzazione del marchio, con dismissioni importanti, come quella, appunto dei locali di via Tornabuoni e del vicino Caffè. Il Giacosa, si legge in una nota, fa capo a una Srl del gruppo ma l’attività “non rientra nel core business della maison” Cavalli. Senza contare il benservito dato ai dipendenti, alcuni dei quali lavoravano nel locale già prima dell’arrivo di Cavalli: 11 contratti a tempo indeterminato, 3 a tempo determinato. Appena un mese fa avevano concordato il piano ferie, ma solo da pochi giorni è stata consegnata loro una lettera con la quale si comunica il recesso dal contratto di lavoro causa cessazione dell’attività dal 29 luglio.

Una manciata di giorni per salvare un’istituzione di Firenze, che negli anni ha portato in città non pochi appassionati di Negroni e della storia del mitico conte. Ma anche l’ultima occasione, per i fortunati che si trovano a Firenze per assaggiare il Negroni più autentico, quello preparato sotto la stessa insegna in cui lo beveva il Conte Camillo. Per chi non facesse in tempo, consigliamo di ripiegare sul Negroni del nostro amico Luca Picchi. Di lui abbiamo già parlato, lo trovate al Caffè Rivoire, sempre a Firenze, e ha seguito le tracce del conte scrivendo su di lui due libri. Probabilmente non ci sbagliamo se lo definiamo massimo esperto di Negroni e la sua versione aromatizzata al caffè ci è rimasta nel cuore.

Nell’attesa, teniamo le dita incrociate per il Caffè Giacosa e per i suoi dipendenti. Voci insistenti parlano di un’acquisto dei locali da parte del Gruppo Armani. Speriamo che da parte di quest’altra maison ci sia maggiore attenzione nei confronti della storia della città, della miscelazione e di chi finora ha proseguito la tradizione di Fosco Scarselli, mescolando Negroni in via Tornabuoni.

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