Nel mondo dei distillati si parla spesso di alambicchi, materie prime e affinamenti, ma raramente si affronta con chiarezza ciò che davvero determina il profilo aromatico finale di uno spirito: la chimica della distillazione. Comprenderla significa ribaltare molte convinzioni diffuse — in particolare quelle legate alla dicotomia tra pot still e column still — e cogliere il ruolo centrale delle scelte del distillatore.
Volatilità: il motore della distillazione
Alla base di tutto c’è un concetto chiave: la volatilità, ovvero la capacità di una sostanza di trasformarsi in vapore. Ogni composto presente nel liquido — acqua, etanolo, esteri, alcoli superiori, acidi — ha un proprio punto di ebollizione. Questo determina quando, durante il riscaldamento, quel composto passerà allo stato gassoso.
- L’etanolo bolle a 78,37°C: è più volatile e quindi evapora prima
- L’acqua bolle a 100°C: meno volatile
Il lavoro del distillatore consiste proprio nel gestire il calore in modo che i composti desiderati evaporino nel momento giusto. I più volatili salgono per primi, mentre quelli meno volatili restano nel boiler fino a temperature più elevate. È qui che inizia la selezione aromatica.











