Gin N. 209: l’amante segreto del venerdì sera

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Gin N. 209

Un venerdì sera semplice, ma speciale, una donna bellissima, un sognatore a occhi aperti e Gin N. 209 & Tonic… La perfezione dei momenti indimenticabili

“Uno scarto di due.” Gli occhi intelligenti seguivano la provocazione appena lanciata dalla bocca.

“Di che parli?”

La guardavo, era elegante come ogni venerdì, l’appuntamento settimanale. Con il dito affusolato giocava, accarezzando il cubetto di ghiaccio in cima al suo Gin No. 209 & Tonic. Sul divanetto di pelle, le gambe accavallate, non rispondeva.

“La bacia, mi scostò. Ci baciammo, ci dissetammo.”

Il locale era quello di ogni venerdì, l’angolo dove sedevamo anche, sempre lo stesso. Le luci leggermente basse, gli scaffali e le mensole di vetro, il pavimento scuro e i barmen eleganti, poteva essere uno dei tanti locali alla moda di San Francisco. Però qualcosa lo rendeva diverso, una sottile sensazione ci diceva ogni venerdì che eravamo nel posto giusto. Andavamo poi cercando, in momenti di riflessione, quali fossero gli elementi che rendessero tanto apprezzabile quel luogo che sembrava uno standard per eccellenza.

Si era accorta che divagavo col pensiero, come sempre, e mi chiamava con l’indice toccandomi la spalla. La guardavo, lei era forse l’ingrediente segreto della ricetta dei miei venerdì. Mi avvicinai, la baciai, mi scostò.

Gin N. 209

Illustrazione di Flavio Orlando

“Lo sai che mi vergogno in pubblico.”

Finimmo i nostri Gin No. 209 & Tonic e volammo sul piccolo scafo giù al molo 50. La baia silenziosa, scura nella notte, attraversata da macchie di nebbia. Sullo sfondo il lungo Oakland Bay Bridge e la Yerba Buena Island. Globuli luminosi gialli, bianchi e arancioni ancheggiavano sulla superficie dell’acqua, immagini proiettate di feste lontane.

Il motore si accese esplodendo nella notte, svelando al mondo la nostra presenza lì. “Guido io,” disse tirando fuori dalla borsa una bottiglia vuota di No. 209. “L’ho presa perché mi ricorda i nostri venerdì, semplici ma mai scontati.”

L’acqua scorreva rapidissima sotto l’imbarcazione e gocce gelate mi colpivano il viso e il collo. Le note di un pianoforte, lente e decise, mi accarezzarono l’immaginazione. Thelonious lo suonava sul tram, su quelli tipici della città che si arrampicavano caprini sulle folli salite. Al centro del vagone, privato per l’occasione dei sedili, delle corde tenevano saldo lo strumento nero e lo sgabello del pianista. “Si conoscono solo alcune delle botaniche del Gin No. 209”, diceva mentre affondava le dita nodose nei tasti bianchi. Il conducente era il pubblico del concerto, vestito di monotona divisa fuori e di scoppiettante allegria dentro. Il musicista suonò con una mano e con l’altra si portò alle labbra un sorso di Gin No. 209 & Tonic.

“Sembra uno dei tanti.” Mi guardava dolce, la barca era ferma sulla baia, lontano nel tempo gli echi degli hippie che avevano animato la città. Le gambe di uno intrecciate con quelle dell’altra. Avevo lasciato cadere quella sua frase nel vuoto e mi godevo quell’alone di mistero che circondava sempre le sue parole e i suoi gesti, anche i più espliciti. “Eppure sa distinguersi.” Aggiunse.

Ci baciammo e ci dissetammo. Ci godemmo il nostro venerdì, semplice, simile agli altri, ma sempre unico e migliore, come questo gin.

 

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