La classe non è acqua, è vermouth quanto basta (nel Martini)

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Le parole illuminate di Mauro Lotti, mostro sacro della miscelazione e testimone dei tempi della Dolce Vita

È sempre una festa quando al The Gin Corner torna Mauro Lotti. Con la sua spontanea professionalità, il suo naturale savoir faire, la sua grande esperienza dietro i migliori bar (d’hotel soprattutto) del mondo, ha un’innata capacità di incantare.

Testimone dei tempi della Dolce Vita, protagonista di mille e una storia da bar, miscelatore di drink per attori, scrittori, gente del jet set mondiale… beh, è un piacere sentirlo parlare di Martini. Quando poi ti serve un Oyster Martini, dalla meravigliosa salinità, dopo averti conquistata, ti convince anche di essere un genio.

È ricordando questo incanto che voglio condividere alcune delle sue illuminanti frasi, veri e propri virgolettati di saggezza da banco. Lo storytelling inizia con una citazione dantesca, “è l’ora che volge il disìo”, che lui ha ribattezzato, “l’ora viola, quella in cui inizia la ricreazione degli adulti”.

 

Mauro Lotti fa visita a The Gin Lady e ci parla del Martini

Mauro Lotti al The Gin Corner, durante la preparazione di un Martini

Mauro Lotti al The Gin Corner, durante la preparazione di un Martini

L’ora del Martini, anzi del cocktail Martini per la precisione, ma la ricetta? Ghiaccio nel mixing glass, 5 cl di gin, Vermouth Dry quanto basta. “È qui che iniziano i problemi, su quel quanto basta si discute da 150 anni”, afferma Lotti. Poi segue la domanda, “agitato o mescolato?”.

James Bond non aveva dubbi, “shaken, not stirred”, ma Lotti che ha conosciuto William Somerset Maugham al Beau Rivage di Losanna, può testimoniare che la spia più celebre della letteratura e del cinema ha preso questa certezza dalle parole di Maugham, che scriveva: “il Martini va sempre mescolato, mai agitato, perché le molecole del gin e del vermouth si devono adagiare sensualmente le une sulle altre”. Per inciso, Maugham conosceva e frequentava nei salotti buoni Ian Fleming, che in diversi punti ha onorato il collega nei suoi libri della saga di James Bond.

E ancora, oliva o limone? Gli americani sono sicuri che ci vada l’oliva, anzi, che ce ne vadano almeno 3 e possibilmente anche un goccio di salamoia, da qui nasce il Dirty Martini. E quelli che lo bevono “on the rocks”? C’è chi li guarda con sospetto, ma Lotti nella sua carriera è arrivato a una conclusione: “sono intellettuali, quelli che vogliono bere il Martini continuando ad avere la testa pulita. Umberto Eco era uno di questi”.

L’unica certezza rimane quella che Lotti esprime chiaramente: “Non c’è una ricetta migliore dell’altra o un Martini migliore o peggiore dell’altro, è solo diverso. Il bartender deve essere una persona flessibile, che si adatta alle richieste del suo cliente. È nostro dovere accontentare il cliente, farlo star bene e anche fargli spendere qualche soldo”. Con moderazione però, perché il Martini è forte e va sempre gestito con responsabilità. Lotti cita Dorothy Parker: “Amo il Martini, due al massimo. Al terzo sto sotto il tavolo, al quarto sotto il mio ospite”. Alla fine gli abbiamo chiesto lui come lo beve… Lotti ci ha risposto: “io non lo bevo, il Martini è come una Ferrari, va bene fino ai 50, dopo è meglio evitarlo”.

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