Hemingway, Venezia e il Martini

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Dai racconti di Mauro Lotti, una serata a parlare dei bei tempi che furono in quel di Venezia, quando lo scrittore premio Nobel ordinava un Montgomery

Quando si parla di Ernest Hemingway non si può non parlare di letteratura, ma anche di viaggi, di alcol che scorre a fiumi e di donne. Ci sono tutti questi ingredienti nella storia d’amore fra lo scrittore americano e la città lagunare, di cui disse «Come si può vivere a New York quando ci sono Venezia e Parigi?».

Mauro Lotti’s memories

Come ha ricordato Mauro Lotti in una serata dedicata al rapporto fra lo scrittore e il Martini, organizzata dall’associazione Martini&Friends al The Gin Corner, la prima volta a Venezia per Ernest Hemingway fu nel 1948 e già in quell’occasione ebbe modo di trovare una serie di ottimi motivi per continuare a frequentare questa città, cosa che fece quasi fino alla morte. C’era il buon vino (prima si innamorò dell’Amarone, poi del Valpolicella, che gli fece scoprire Giuseppe Cipriani dell’Harry’s Bar), c’erano gli elegantissimi bar come il Florian e appunto l’Harry’s Bar, ma anche quello dell’hotel Gritti, dove alloggiò più volte, last but not least, c’era una certa Adriana Ivancich.

Mauro Lotti con Martini&Friends

Giovane rampolla di una ricca famiglia veneziana, erano armatori, fece parlare molto di sé per la sua relazione – pare che sia stata solo platonica – con lo scrittore. Lei aveva poco più di vent’anni quando si conobbero e lui più di cinquanta vissuti pericolosamente, fra le guerre a cui partecipava come inviato e le infinite avventure che aveva vissuto, senza contare i fiumi di alcol che aveva bevuto. L’amicizia particolare con la Ivancich fu quindi vista come uno scandalo vero e proprio per una città tutto sommato provinciale come Venezia.

E per complicare le cose, Hemingway scrisse un libro, dal titolo “Di là dal fiume e tra gli alberi”, in cui si parla proprio di questa strana storia d’amore, che almeno nel libro non venne mai consumata. I personaggi hanno altri nomi, lei è daughter, la figlia, lui il Colonnello. Chi ha vissuto a Venezia in quegli anni non faceva tuttavia fatica a riconoscere in quelle pagine qualcosa di accaduto nella vita reale, Martini compresi. Si legge nel libro: “Il colonnello guardò dalle finestre e dalla porta del bar le acque del Canal Grande. Vide il grande palo nero per attraccare le gondole e la luce del tardo pomeriggio invernale sull’acqua spazzata dal vento. Di là dal Canale c’era il vecchio palazzo, e un barcone di legno, nero e largo, risaliva il Canale con la prua piatta che sollevava un’onda pur avendo il vento alle spalle. «Fammi un Martini molto secco» disse il colonnello.”

E il suo Martini molto secco, nelle vere bevute di Hemingway era nientemeno che il Montgomery, un cocktail lanciato e battezzato dallo stesso scrittore. Quindici parti di gin e una di vermouth: lo aveva chiamato così ricordando l’omonimo generale inglese, che non stimava, a cui «piaceva combattere in quindici contro uno». Li beveva all’Harry’s Bar, dove bastava alzare un dito per esser compresi da Cipriani. Era il solito di Hemingway nei suoi anni veneziani.

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