Lotti memories: la Dolce Vita al Grand Hotel

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Vip e paparazzi, quando via Veneto era il cuore pulsante di Roma e il Grand Hotel era il posto giusto per farsi vedere…

Quando gli si chiede del Grand Hotel, il decano dei bartender e maestro assoluto del Martini, Mauro Lotti, ama citare il libro che scrisse Marina Ripa di Meana, dal titolo “Colazione al Grand Hotel”. È praticamente l’affresco di quell’epoca, la metà degli anni Settanta, quando lei, ammette, “non avevo una lira in tasca, ma vivevo come una miliardaria, viziata e coccolata”. Con lei, quasi sempre, c’erano due amici non da poco, i due scrittori Alberto Moravia e Goffredo Parise. Lei li descrive così: “Erano i miei dioscuri, i miei cavalieri del cielo, Castore e Polluce, miei complici di avventure, miei paladini e più tardi anche miei testimoni di nozze”. Tutti poveri in canna a quell’epoca, ma qualcuno che pagava i conti alla bellissima Marina spuntava sempre, confessa Mauro Lotti.

“Erano i miei dioscuri…”

“A quel tempo a Roma si viveva con niente, si campava di fantasia”, racconta ancora Marina Ripa di Meana. E Mauro Lotti ammette che il bar del Grand Hotel era uno dei posti giusti del momento per farsi vedere, per intessere relazioni diplomatiche e/o amorose, per sorseggiare discretamente uno dei meravigliosi cocktail preparati da lui e dal suo staff e serviti con impeccabile garbo. Le signore arrivavano tutti i giorni, compresi domenica e lunedì, per approfittare del parrucchiere sempre aperto, poi dalla colazione all’aperitivo era un via vai di vip e di paparazzi.

Barbara Ricci e Mauro Lotti

A confermarlo, Umberto Pizzi, che qualche settimana fa è stato ospite in una delle serate dei martiniani al The Gin Corner. L’occasione per ripercorrere gli anni della Dolce Vita insieme al maestro Lotti, a cui, quando parla della sua esperienza al Grand Hotel, si illuminano gli occhi. Ma i paparazzi stavano fuori ad aspettare? “Non sempre, spesso si intrufolavano anche nelle sale”. Vecchi volponi della mondanità, che si celebrava fra armatori greci (Onassis in testa), politici, industriali italiani (l’Avvocato aveva una sua stanza al Grand Hotel), attori e attrici (memorabili le litigate di Liz Taylor e Richard Burton), registi come Orson Welles.

Ecco, quest’ultimo era una vera spina nel fianco dei bar della Dolce Vita. “Lo ha raccontato anche Cipriani in un libro, di come avessero dovuto rincorrerlo per farsi pagare il conto. Ci provò anche un paio di volte da noi al Grand Hotel: arrivava, ordinava champagne e diceva di mettere in conto. Poi nessuno saldava. La prima volta passò, la seconda facemmo presente che il conto dell’anno precedente era ancora in sospeso”.

A proposito di spine nel fianco, al Grand Hotel volevano farsi vedere perfino i “gangster” dell’epoca. Lotti racconta che ci provò una volta Enrico De Pedis, fra i capi della Banda della Magliana, ovvero quello che in seguito verrà romanticamente battezzato “il Dandi” nel romanzo e nella serie tv. Come il soprannome lascia intendere, era amante del bello e non volle farsi scappare l’occasione di sfoggiare i suoi bei vestiti nelle sale del Grand Hotel. Mauro Lotti lo riconobbe, non disse una parola, ma ordinò ai suoi di non avere lo stesso riguardo che avevano normalmente per i clienti, di trattarlo insomma come se fosse in un bar della Magliana, da cui proveniva. La tattica evidentemente funzionò, perché De Pedis al Grand Hotel capì che non era aria, ma dopo quella volta non si è più rivisto.

Stefania Sandrelli

Di incidenti non ce ne furono solo di diplomatici, però. In occasione della serata con Stefania Sandrelli, in cui era presente anche il marito Giovanni Soldati, Lotti ha ricordato anche di quella volta in cui il papà Mario Soldati, regista e scrittore, gli fece una lavata di testa per via di un corrimano che mancava. “Avevamo rinnovato la sala, era bellissima, sembrava un anfiteatro con quelle scale, tuttavia Soldati mi chiamò e mi chiese quale fosse la nostra clientela, se fossero tutti giovani. Io gli risposi di no, che ci faceva piacere avere anche clienti con qualche primavera in più sulle spalle, come lui. Che rispose appunto che quelle scale però per una persona un po’ più anziana potevano essere fatali”. Ecco che subito Lotti chiama il direttore del Grand Hotel, che a sua volta ordina all’architetto di porre rimedio al più presto.

Peccato che ci volevano comunque dei tempi tecnici, una settimana o poco più, per risolvere la questione. E che successe? Che proprio in quella settimana ci fu un incidente. “Un cliente era a un tavolo con degli amici, sul bordo della scalinata. Si alza per salutare dei conoscenti ed evidentemente si distrae, cadendo all’indietro dalle scale. Accorriamo immediatamente e ci accorgiamo di chi fosse il cliente caduto: era Rudolf Nureyev, che per fortuna non si era fatto nulla”. Certo, una caduta da quelle scale avrebbe potuto essere fatale per la carriera del ballerino, ma anche per il buon nome del Grand Hotel.

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