Guida semi-seria per dare il nome al vostro gin

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Cinque cose da non fare se avete intenzione di produrre una nuova etichetta di gin e dargli un nome per lanciarlo sul mercato

Nel proliferare di gin artigianali e perfino home made, capita di trovarsi di fronte a nomi di ogni tipo. E viceversa, a chi vorrà entrare nel business, capiterà la fatale domanda “come lo chiamiamo?”. Premetto che faccio fatica a pensare a un nome di gin brutto, semmai ce ne sono diversi che hanno il difetto di essere poco riconoscibili o indimenticabili. Qui una guida semi-seria per orientarvi nella scelta del nome, ovvero in quell’attività che gli esperti di marketing chiamano naming, a cui segue l’ancor più complesso branding, ovvero il creare quella riconoscibilità del marchio a cui accennavamo prima.

Il naming è un aspetto fondamentale della creazione di un prodotto

1. Breve e conciso. Se ci fate caso quasi tutti i nomi di gin sono composti da una parola o poco più: è una legge non scritta che si è sedimentata con il tempo. Luoghi, nomi e cognomi di chi gli ha dato i natali, al massimo gli inglesi ci mettono il genitivo sassone. Ora, anche se noi siamo italiani e facciamo fatica a essere concisi come gli inglesi, è assolutamente sconsigliato uscire da questo cliché e tirar fuori un nome alla Wertmuller tipo “Travolti in un insolito destino nell’azzurro mare di gin”.

2. No ai nomi auto-lesionisti. Mai fare i simpatici a tutti i costi e tirare fuori nomi denigratori. Berreste un gin che si chiama, per esempio, Puzza? Altra tipologia di nome autolesionista, a mio parere, è anche quello che richiama citazioni non proprio di altissimo profilo. Personalmente, per dirne una, non metterei mai in bottigliera un gin che si chiama “C’è gin per te”.

3. No ai nomi auto-incensanti. Di converso, dare un nome che lascia presagire faville può essere un autogol, perché crea troppe aspettative. Se il vostro gin si chiamasse per esempio “Schianto” vi carichereste di una responsabilità enorme. Magari attirereste un primo acquisto, ma se il suddetto gin non fosse effettivamente uno schianto non arrivereste mai alla fidelizzazione del cliente.

4. Nomi che suonano simili ad altri. Guai a chiamare il vostro gin, per esempio, Hendry. A parte la questione della liceità dal punto di vista legale, sappiate che, anche se il vostro cognome fosse Hendry e aveste un buon motivo per chiamare così il vostro gin, vi sottoporreste a un inutile paragone. Se poi lo chiamaste Bomba avreste contravvenuto in un colpo solo alla terza e alla quarta regola. Non fatelo!

5. Nomi impronunciabili (nella vostra o in altre lingue). È vero che, se siete al primo batch di gin non penserete mai al lancio sul mercato internazionale, ma nella vita non si sa mai e se il vostro è un gin particolarmente buono certamente merita che sogniate in grande. Per questo, se sceglierete di dare un nome in italiano cercate evitare le sillabe impronunciabili soprattutto in inglese. Così, anche se avete fatto un delicatissimo Sloe Gin con le prugne dell’orto della nonna, guai a voi a chiamarlo Prugna. Viceversa, se scegliete un nome in inglese, che in questo caso ha un senso, considerando che il gin è uno spirit dal fascino anglosassone, evitate nomi dalla difficile pronuncia. Per fare l’immancabile esempio, che anche se non è un gin chi traffica con i cocktail conosce benissimo, pensate all’innominabile Worchester Sauce, quella che si mette nel Bloody Mary (anche se noi preferiamo il Red Snapper che ha il gin): sappiate che, anche se l’avete sentito chiamare “uorcester” molte volte, non si pronuncia affatto così, bensì “uoster”.

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