“Un sound come un Dry Martini”

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Il jazz del quartetto Dave Brubeck raccontato da Marco Cairone: da leggere degustando un Martini dry e ascoltando “The Duke”

«Ma il pianoforte dov’è?» di Paul Desmond 
È l’alba. Una station wagon si ferma davanti alla reception di uno sconosciuto motel nel new jersey. entrano tre uomini: il pallido, l’arcigno, il silenzioso (perché è così che si chiamano).

La perfetta scena d’apertura – prima dei titoli di testa – per qualche loschissimo film su una rapina in banca?

Sbagliato.

Si tratta del quartetto di Dave Brubeck, qualche anno fa, all’inizio di una giornata di lavoro. Abbiamo un contratto (un’offerta che avremmo fatto meglio a rifiutare) per due concerti alla fiera statale di Middleton, nella Orange County e Brubeck è uno che ama arrivare in orario.

Così, verso mezzogiorno, ci mettiamo sulle tracce di un camion che trasporta fieno per poi, finalmente, riuscire a scovare il tizio che ha firmato il contratto.

Corpulento, paonazzo, brusco e infastidito (proprio come i nomi dei soci di uno studio legale del New Jersey) e, con ogni evidenza, più abile nel valutare il bestiame che nell’organizzare concerti di jazz, il tizio ficca il capo nel finestrino della station wagon, nella quale sono stipati quattro musicisti, un contrabbasso, una batteria e carabattole assortite.

E, per la prima e unica volta in diciassette anni di vagabondaggi attorno al mondo, ci sentiamo porre la fatidica domanda: «ma il pianoforte dov’è?»

Ma il pianoforte dov’è?

Queste sono le parole di Paul Desmond, il sassofonista di Dave Brubeck, pianista classico ed eccentrico allo stesso tempo che ha portato un’ondata di originalità nel jazz senza discostarsi dalla precisione ritmica della musica più classica.

Mentre sempre Paul Desmond usava dire che il sound che egli cercava dovesse assomigliare al più dry dei Martini, Brubeck soleva definire il jazz coma la capacità di improvvisare anche sulla più classica composizione di Bach.

Basta citare la genesi di Blue Rondo, facendola risalire ai tempi della tournée per il Dipartimento di Stato.

Parole di Dave :

«Ero in Turchia e, a piedi, mi dirigevo a una stazione radio in cui dovevo essere intervistato. M’imbattei in un gruppo di musicisti di strada che suonavano un brano in 9/8, ma non suddiviso in 3+3+3, come di consueto, bensì in 2+2+2+3. Così mi dissi che, al ritorno a casa, avrei provato a scrivere un pezzo basandomi su quel ritmo. Ecco come nacque l’idea base».

La versione dell’album, la prima di moltissime altre (quasi tutte dal vivo), alterna il 9/8 al 4/4 anche all’inizio dell’assolo di Desmond, per poi distendersi in un 4/4 che genera tensione seguita da relax.

Brubeck Quartet (Fonte: Wikicommons)

Il quartetto di Dave Brubeck, dominatore assoluto della scena jazzistica statunitense degli anni Cinquanta e dei primissimi Sessanta, è definito subito da molti come un mostro a tre teste, considerando sfalsato, rispetto a quello dei colleghi, il pur fondamentale ruolo dell’impeccabile contrabbassista Eugene Wright.

Brubeck, il leader (più per la propria capacità imprenditoriale e per l’atavica pigrizia di Paul Desmond), è compositore di pregio e pianista quanto mai eccentrico: capace di uno swing poderoso e, allo stesso tempo, di notevole delicatezza.

Ma Brubeck è sempre stato, fin dai suoi esordi, un eccellente venditore di se stesso e delle proprie idee musicali.

L’album che in assoluta ne decreta il successo è «Time Out».

Dave costruisce un intero album su tempi poco usati nel jazz come 9/8, 6/4, 5/4 o alternanze di 3/4 e 4/4 e questa non fu che l’ennesima di una lunga serie di «astuzie» di marketing che il pianista sfornava a ripetizione.

La migliore idea di marketing che ebbe fu comunque quella che avrebbe inscritto a lettere di fuoco nella mente dell’ascoltatore medio statunitense (soprattutto il meno esperto di jazz) il nome del quartetto, ovvero di inserirsi – anzi, per essere più precisi, di crearlo dal nulla – nel circuito concertistico dei campus universitari.

Nel febbraio 1954, quando il pianista iniziò a battere a tappeto i college di entrambe le coste, l’attività concertistica accademica era ancora in fase embrionale, se non del tutto inesistente. Aiutato dalla moglie Iola, Brubeck aveva scritto a tutti i campus di cui era stato in grado di trovare gli indirizzi, offrendo la disponibilità del suo gruppo.

In breve fu sommerso dalle risposte, tutte positive, e pare che le tournée del quartetto, nello stesso 1954, si sviluppassero su calendari di sessanta concerti consecutivi, senza mai un giorno libero.

Brubeck (Fonte: Wikicommons)

Tornando a «Time Out», inciso tra il giugno e l’agosto del 1959, il disco lanciò Brubeck e Desmond verso il trionfo planetario.

Per certi versi, il clamoroso successo di questo album è un autentico mistero.

Significativa, per dire, la violazione totale di tutte le disposizioni impartite all’epoca dalla Columbia: ovvero l’obbligatoria presenza di almeno uno standard (in «Time Out» i brani sono tutti originali, uno di Desmond e gli altri sei di Brubeck), la rigorosa aderenza al 4/4, così che la musica potesse essere usata anche per ballare, e la foto dell’artista (o un suo ritratto pittorico) in copertina.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, è utile qui rimarcare il magnifico lavoro di Sadamitsu Neil Fujita, autore anche del dipinto astratto che adorna il coevo «Mingus Ah Um».

Da tempo, Fujita lavorava come art director alla Columbia.

Nato alle Hawaii nel 1921 da famiglia giapponese – coetaneo, quindi, del pianista e mancato nel 2010 -è stato un genio della grafica, uno dei creatori dell’illustrazione di copertina, sulla scorta di un altro celebre designer come Alex Steinweiss, e a lui si devono – oltre che decine di magnifici Lp – anche celeberrime intuizioni per romanzi come Il padrino di Mario Puzo e A sangue freddo di Truman Capote.

Qui sotto la magnifica copertina di quell’album.

Ma ascoltiamo il gruppo nella performance di questo brano “The Duke”: https://www.youtube.com/watch?v=FfLJN2ltEEI

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