I miei primi 100 Gin

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Cosa ci insegna l’esperienza? 11 cose che il nostro Giner Paolo Topa ha imparato dopo aver degustato 100 gin differenti…

Facendo un rapido calcolo mi sono accorto di aver raggiunto l’invidiabile quota di 100 gin assaggiati, degustati, sorseggiati… Come sono potuto arrivare a tale cifra? Beh non è stato difficile per chi ama questo mondo, anche perché ad aiutarmi nel conteggio ci ha pensato la mia App di fiducia (Ginventory) capace di annoverare la maggior parte dei Gin sul mercato mondiale. Per quelli mancanti è stato sufficiente prendere appunti sulla mia agenda e in men che non si dica mi sono reso conto di aver raggiunto la rispettabilissima quota di 100 gin diversi. Un bel numero, direte voi… Vero!

Cosa insegna l’esperienza?

MA CHE COSA HO IMPARATO BEVENDO 100 ETICHETTE DIVERSE?

Moltissime cose, ed è per questo motivo che ho deciso di riportare in questo articolo tutto quello che reputo interessante, tutti gli errori che ho compiuto e tutti gli insegnamenti che ho potuto apprendere in questo lungo viaggio durato qualche anno.

PARTIAMO CON ALCUNI DATI STATISTICI

Dei 100 assaggiati ben 64 sono finiti in bottigliera, questo significa che ho bevuto questi Gin con una certa continuità sia in purezza che nei principali cocktail di riferimento (Dry Martini, Gin Tonic e Negroni). I rimanenti sono stati assaggiati almeno una volta in miscelazione (22 per la precisione) mentre i restanti (14) sono stati bevuti lisci, in modalità “neat drink”, quindi con una conoscenza un po’ più limitata. Vi sintetizzo le 11 lezioni più importanti che ho imparato bevendo 100 etichette diverse, sperando che servano a chi ha meno esperienza ma… uguale curiosità!

Foto: Paolo Topa

1 – CORRISPONDENZA TRA PREZZO E QUALITA’

Ho bevuto Gin molto costosi che in realtà hanno dimostrato doti non proporzionali al loro valore economico. In altre circostanze mi è successo esattamente il contrario, prodotti con un prezzo accessibile che sono riusciti a rivaleggiare senza problemi con gin più blasonati. Attenzione però: ho notato che esiste una soglia minima di “prezzo di acquisto” al di sotto della quale è impossibile bere un gin di buona qualità. Qual è questa soglia? Difficile da individuare, anche perché le offerte speciali, le occasioni online, gli sconti e le promozioni rendono questa soglia piuttosto variabile nel tempo. Attenzione però che prezzi elevati hanno buoni motivi: le metodologie di produzione, i sistemi di distillazione e la qualità delle materie prime (magari biologiche) possono incidere profondamente sui costi di produzione e questo non è un dettaglio. Ultima considerazione: sembra una banalità ma ci sono bottiglie da un litro, da mezzo litro e da 70 cl. e il prezzo deve essere valutato anche in funzione di questo. Ci sono brand che propongono la bottiglia da un litro a un prezzo molto più conveniente (ovviamente in proporzione) rispetto a quella da 70 cl. In altre circostanze si acquista una bottiglia da mezzo litro pensando di aver fatto un buon affare ma poi ci si trova dopo poco tempo a doverne comprare un’altra…

2 – A OGNI GIN LA SUA BEVUTA

Non esiste il Gin perfetto. Ce ne sono alcuni che sono ideali da poter bere in purezza, ma che sono difficili da utilizzare in un Gin Tonic. Altri invece risultano ostici nel Dry Martini ma danno il loro meglio nel Negroni. Questo per fare solo due esempi generici… Come orientarsi? I Gin fortemente caratterizzati da una singolo botanica, magari molto particolare e fuori dagli schemi, di solito si bevono bene nel Negroni oppure lisci. Nel G&T è importante trovare un Gin equilibrato, di solito con il ginepro in evidenza (i cosiddetti Gin “Juniper Forward”) e con una componente citrica non marginale. Dry Martini? I gin floreali (ma non troppo) e quelli erbacei sanno dire la loro con efficacia. Insomma: dopo 100 Gin mi sento in grado di individuare l’uso migliore di un Gin da un semplice assaggio in purezza, analizzando con attenzione il comparto aromatico. Bere consapevolmente aiuta quindi a sviluppare una giusta attitudine per scegliere il Gin perfetto per ogni specifica occasione. Ultima cosa: è meglio partire dal Gin per costruire un cocktail, piuttosto che scegliere un drink e adattarlo al distillato. Sembra la stessa cosa, ma se ci pensate bene non è affatto così.

Foto: Paolo Topa

3 – UN GIN NON E’ SOLO COMBINAZIONE AROMATICA. E’ ANCHE STRUTTURA DI SAPORI

A livello di comunicazione commerciale spesso i Gin vengono descritti sulla base delle varie botaniche utilizzate, evidenziando in questo modo la portata aromatica. E’ invece necessario esaminare un gin soprattutto sul versante della struttura dei sapori perché sono questi che costruiscono il telaio sul quale si innestano i vari aromi. Un ottimo gin, per essere tale, deve essere costruito con particolare attenzione sui sapori, anche in funzione del fatto che l’abbinamento con gli aromi non è sempre efficace in termini di equilibrio. Per fare qualche esempio: se al palato a prevalere è la dolcezza è possibile che a livello aromatico ci si spinga su sensazioni floreali, mentre se un Gin è costruito su percezioni dry è opportuno virare su aromi citrici capaci di compensare questa sensazioni. Aromi e sapori si devono parlare, se non lo fanno è un grosso problema.

4 – LE CATEGORIE AIUTANO A CAPIRE I PROPRI GUSTI. MA CERCHIAMO DI APRIRCI A NUOVE ESPERIENZE
Ognuno di noi ha una categoria di gin che preferisce consumare (Gin “juniper forward”, floreali, speziati, citrici, balsamici, erbacei…), ma per capire di più questo mondo bisogna non incasellarsi e cercare di spaziare il più possibile tra le varie tipologie proposte dal mercato. Provare un Gin lontano dai propri gusti permette di verificarne comunque le qualità oggettive e allargare così il proprio bagaglio emotivo di bevitore consapevole. C’è sempre tempo per tornare ad attraccare nei nostri “porti sicuri” e ritrovare sensazioni confortevoli che magari risulteranno ancora più piacevoli visto il lungo peregrinare.

5 – NON ABBIAMO BISOGNO DI GIN CHE COPIANO. ABBIAMO BISOGNO DI GIN CHE INNOVANO
E’ un discorso che riguarda tutti, sia i grandi marchi che le piccole etichette emergenti a livello locale. E’ inutile e dannoso imbottigliare un gin cercando di imitare il successo di qualcun altro. Avere un data base importante di gin assaggiati permette di individuare al primo assaggio un Gin “inutile alla causa”, venduto esclusivamente per cercare di rubare piccole quote di mercato a un distillato di successo.

Foto: Paolo Topa

6 – SE VOLETE DEGUSTARE CON ATTENZIONE UN GIN, FATELO NELLE MIGLIORI CONDIZIONI PSICOFISICHE

Se volete fare festa con un buon cocktail massima libertà, non ci sono regole. Ma se volete conoscere un prodotto e valutarlo (magari per acquistare una bottiglia) dovete essere nelle migliori condizioni psico-fisiche per farlo. Niente cibi troppo forti che inquinino le percezioni palatali, testa nel pieno delle facoltà mentali (ehm…), condizioni di salute perfette e possibilmente un orario di degustazione che non sostenga il peso di un intera giornata fatta di pranzi importanti, merende e aperitivi in serie. L’ideale sarebbe degustare la mattina, quando le papille gustative sono state rigenerate dal sonno e sono al massimo delle proprie capacità recettive. In questo caso occorre fare attenzione, si tratta pur sempre di alcol ad alta gradazione… ma l’assunzione di un solo centilitro non comporta controindicazioni e permette percezioni chiare e precise sul prodotto da degustare. Provate senza pregiudizi, please…

7 – SE VOLETE UN OTTIMO GIN TONIC NON POTETE PRESCINDERE DA UN DOSAGGIO PRECISO DEGLI INGREDIENTI
Ricercate con pazienza il vostro equilibrio tra acqua tonica e Gin. Una volta trovato, prendete questo dosaggio come punto fermo per le vostre bevute in modo tale da poter capire con facilità le differenze. Il mio personale equilibrio è stato trovato in 5 cl di Gin e 10 cl di acqua tonica ma potete benissimo avere gusti differenti, basta sperimentare aumentando o diminuendo il quantitativo di acqua tonica.

8 – SE VOLETE UN OTTIMO DRY MARTINI RICORDATEVI CHE DEV’ESSERE GHIACCIATO

C’è solo una cosa peggiore di un cattivo Martini: un Martini non freddo. Partendo da questo assunto cercate sempre di raffreddare il bicchiere nel migliore dei modi, oppure di riporlo per qualche minuto in freezer. Non lesinate sul ghiaccio e piuttosto preparate una dose minore per berlo sempre ghiacciato come dev’essere. Molto utili a questo proposito sono le coppe Martini di piccole dimensioni: molto eleganti e con capienza dimezzata. Se proprio volete… bevetene due!

Foto: Paolo Topa

9 – SE VOLETE UN OTTIMO NEGRONI CERCATE DI… NON DIMENTICARVI GLI INGREDIENTI!

Sembra una banalità ma la fetta di arancia non è garnish (e quindi opzionale), ma ingrediente vero e proprio. Ricordate di usare un’arancia non trattata (e già che ci siete fate lo stesso anche per il twist di limone del Dry Martini) perché il sapore cambia, eccome se cambia. Se avete a disposizione solo un’arancia trattata non lavatela, non serve a niente. Prendete un po’ di olio d’oliva e pulite la superficie dell’arancia con un canovaccio, solo in seguito passatela sotto il rubinetto. Le sostanze chimiche utilizzate non sono idrosolubili (altrimenti la pioggia sui frutteti le renderebbe inutili) ma liposolubili: ecco perché l’olio è efficace per togliere i pesticidi.

10 – IL BICCHIERE NON E’ UN OPTIONAL: BEVETE GIN IN QUELLO PIU’ ADATTO!
I bicchieri più idonei per berlo liscio sono quelli che utilizziamo per bere grappa, piccoli e con il calice a tulipano. Per il Gin Tonic usate il tumbler alto oppure il baloon, per il Negroni il tumbler basso e per il Dry Martini… vabbè, che ve lo dico a fare! Per tutti gli altri cocktail ci sono regole un po’ più elastiche, tanto che mi è capitato di bere un Negroni shakerato in una coppa Martini con grande soddisfazione. Quindi: usate un po’ di fantasia per scegliere il bicchiere più adatto ma ricordatevi che alcuni caposaldi non sono da mettere in discussione… con la tradizione ferrea non si scherza!

11 – VALUTATE CON ATTENZIONE IL BARISTA CHE VI STA DI FRONTE

Ci sono bartender che amano preparare cocktail sfruttando le proprie competenze e il loro estro, quindi occorre fidarsi della loro professionalità. In altre circostanze è possibile interagire (magari è addirittura auspicabile) con chi sta dietro il bancone per manifestare apertamente le proprie esigenze e i propri gusti. A volte chiedere la bottiglietta di tonica “a parte” può essere quasi offensivo per il bartender (“mi chiedi un G&T? le giuste proporzioni tra Gin e tonica le conosco io…”) mentre in altre circostanze è possibile farlo senza essere correre il rischio di essere scortesi. Insomma, guardatevi intorno: cercate di instaurare un dialogo con chi avete di fronte ed esponetevi solo se ritenete opportuno farlo veramente, rispettando la professionalità di chi è dall’altra parte del bancone.

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