“Il Gin Italiano”: Piccinino spiega perché non siamo certo degli improvvisati del gin

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Nel libro “Il Gin Italiano” Fulvio Piccinino ci fornisce le prove del fatto che i distillati a base di ginepro in Italia derivino da una lunga tradizione…

“Il Gin Italiano” è il nuovo libro di Fulvio Piccinino, uno dei più importanti esperti della storia della liquoristica italiana, e per noi si tratta di un testo fondamentale non solo perché si tratta della prima monografia mai pubblicata che tratti questo tema, ma soprattutto per il concetto che questa ricerca storica vuole evidenziare. Lo studio di antichi tomi, infatti, ha permesso a Piccinino di mettere insieme prove evidenti del fatto che la produzione di distillati a base di ginepro in Italia non segue semplicemente la moda del momento, ma deriva da una lunga tradizione della quale ci eravamo dimenticati.

Ieri, lunedì 13 marzo, presso il FICO Cocktail Bar di Bologna, lo studioso torinese ha presentato ufficialmente il suo libro ripercorrendo i passi fondamentali della storia che gli hanno consentito di arrivare ad affermare che “La nascita del fenomeno del gin italiano ha radici profonde e non si basa sull’improvvisazione.” Vediamo ora assieme perché ciò è vero.

“Il gin italiano ha potuto contare su un territorio unico per reperire le sue materie prime”

L’analisi storica dei testi svolta da Fulvio Piccinino parte da alcuni volumi del XVI secolo che dimostrano che in Italia gli speziali erano esperti nel fare preparazioni a base di ginepro e che quindi queste non erano utilizzate solo nei Paesi del Nord Europa, ma anche da noi. Anzi, un confronto fra testi provenienti dall’Inghilterra del secolo successivo mette in evidenza il fatto che le preparazioni di ginepro complesse sono diffuse in Italia e non nelle terre d’Albione.

Un testo importante analizzato da Piccinino è “L’Arte dello Spetiale” di Francesco Sirena del 1679 che riporta più di 1200 ricette. Qui si legge come l’aggiunta di un ingrediente costoso, lo zucchero, stia trasformando sgradevoli preparazioni curative in bevande che sono anche piacevoli, come gli amari e i rosoli. Rispetto alle altre botaniche, il ginepro ha un ruolo marginale, ma l’unica ricetta a base di ginepro presente nel libro è molto interessante: dal nome “Acqua balsamica del Napolitano”, questa preparazione non solo contiene ingredienti che potrebbero tranquillamente comparire in un gin moderno, ma anche il suo processo di produzione è quello del gin.

Non si parla mai, ovviamente, di gin italiano, ma di certo i testi stranieri confermano l’expertise italiana nella preparazione dei rosoli e la nostra liquoristica a base d’erbe era rinomata in Europa. Fra tutte le ottime erbe che il nostro territorio produceva non risaltavano di certo le bacche di ginepro, ma come abbiamo detto esistevano già distillati a base di ginepro prodotti in Italia, e ci sono prove del fatto che il ginepro toscano fosse già considerato tra i migliori, se non il migliore, al mondo.

Un altro testo interessante è “Il confetturiere piemontese” di Re Beltramo, pubblicato a Torino nel 1790. Qui troviamo una ricetta che costituisce a tutti gli effetti un proto gin: nove once di ginepro vengono frante e poste a macerare per due giorni in quattro pinte di acquavite di vino per poi essere distillate a fuoco lento ottenendo così un prodotto “trasparente come l’acqua”. Piccinino riporta poi altri testi che presentano ricette di spiriti di ginepro e rosoli di ginepro, i quali alla fine dei conti erano a tutti gli effetti gin come oggi li intendiamo.

Arriviamo alle fine dell’Ottocento, quando nasce ufficialmente la liquoristica moderna e i manuali cominciano a riportare ricette ben definite e regole produttive precise. I testi italiani riportano descrizione confuse ed erronee di quello che era il cosiddetto gin d’Olanda, mentre invece si trovano ricette di rosoli di ginepro che ricordano i compound moderni. Il passo importante avviene all’inizio del ‘900 perché ci sono prove del fatto che in Italia si è consapevoli dell’uso che in America si fa dei vermouth: questo prodotto italiano, infatti, viene miscelato nei cocktail con altri prodotti, soprattutto il gin. Arnaldo Strucchi nel 1906 consiglia ai produttori di creare anche gin perché il connubio è perfetto! L’unico problema è che i testi dell’inizio del XX secolo confermano che il gin in Italia non veniva considerato un prodotto per cui valesse la pena usare gli alambicchi, ma riguardava solo i liquoristi. Diverse ricette confermano che il gin italiano fosse principalmente un compound e che raramente le piante venivano messe a bagno direttamente nell’alcol.

Dopo la Prima Guerra Mondiale si diffondono i cataloghi e i manuali di produzione casalinga, importantissimi per la nostra storia non solo per la diffusione del fai da te del bar, ma anche perché in questi manuali troviamo alcuni gin. Dopo la Seconda Guerra Mondiale invece la ripresa è più lenta e non troviamo manuali fino agli anni ‘50, ma si sa che la diffusione della cultura anglofona fa sì che anche gli italiani comincino a bere cocktail Martini e Gin Tonic. I testi che parlano del rilancio del Made in Italy non mancano di citare il gin, anche se non è fra i prodotti di punta. Analizzando i testi degli anni ‘60 invece si evince che il gin fosse un prodotto ben noto anche se considerato povero, ma soprattutto è chiaro che viene completamente dimenticata la tradizione dei rosoli di ginepro di cui abbiamo parlato fino ad ora.

Qualunque testo successivo indica l’Inghilterra come patria del gin, per derivazione dal genever olandese. Ed effettivamente in nessuno dei testi analizzati da Piccinino si hanno prove del fatto che un proto gin italiano possa aver influenzato la nascita del gin, ma quello che si evince è comunque importante e cioè che è indubbio che in Italia ci sia sempre stata “una forte conoscenza della materia in fatto di distillazione ed erboristeria, che non può che riempirci di orgoglio.” Di sicuro grazie a questa ricerca ora possiamo ribattere che l’Italia non si limita affatto a seguire le mode, ma al contrario si avvale di una lunga tradizione ed expertise.

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