Gin Giapponesi: Roku Gin ed Etsu Gin a confronto

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I gin giapponesi sono sempre più in voga e e il nostro Giner Paolo Topa non poteva resistere alla tentazione di assaggiare Roku Gin ed Etsu Gin!

Da parecchio tempo i Gin giapponesi sono una splendida realtà nel panorama globale dei distillati e per tale motivo anche nel nostro Paese iniziano ad essere importati un buon numero di prodotti provenienti dal Sol Levante. A tal proposito abbiamo deciso di mettere a confronto due prodotti particolari: Roku Gin –piuttosto diffuso, presente anche nella grande distribuzione e non per questo meno apprezzabile- ed Etsu Gin -decisamente più di nicchia e meno diffuso, ma dotato di sorprendenti qualità organolettiche-. Vediamo come è andata la sfida nella bevuta liscia e in miscelazione con G&T e Dry Martini. Una sola premessa necessaria prima di incominciare: i gin giapponesi sono molto particolari e ben si distanziano dai tradizionali London Dry di stampo anglosassone che siamo abituati a consumare: quindi, qualora vogliate provarli, tenete in considerazione che potrebbero essere distanti dalle vostre bevute abituali.

(Foto: Paolo Topa)

Etsu Gin

Il packaging di Etsu Gin è di quelli di gran classe: l’etichetta è decorata con immagini tratte dall’iconografia classica giapponese, mentre la bottiglia viene proposta in una scatola che riporta i tratti grafici essenziali dell’etichetta, impreziosita da particolari in rilievo color oro brillante. Molto di impatto, decisamente.

Nella bevuta liscia si percepisce subito il background tipico dei Gin orientali: profumi intensi e setosi con un corollario di sensazioni floreali sono la prima cosa che apprezziamo. Al palato si percepiscono invece sensazioni moderatamente dry e un retrogusto leggermente dolce che rimanda ai peperoni, una delle botaniche utilizzate in fase di distillazione. Lo Yuzu, agrume tipico del territorio, completa il bouquet aromatico di Etsu Gin, conferendogli una citricità anomala, anche qui tendente al dolce e assimilabile al mandarino: molto originale, non c’è alcun dubbio. La prima impressione è altamente positiva.

Decidiamo di provarlo subito nel G&T: con tonica neutra il risultato è all’altezza delle aspettative. I profumi dominano le sensazioni organolettiche e per questo motivo è altamente consigliato il bicchiere ballon rispetto all’altrettanto valido tumbler, che in questa occasione ci sentiamo però di sconsigliare. La ricercata complessità di Etsu Gin fuoriesce in tutto il suo splendore avvolgendo e rinfrescando, con una piccola punta vegetale e un finale leggermente speziato che chiude il cerchio delle percezioni.

Nel Martini Dry le cose vanno altrettanto bene ma, sia chiaro, quello a cui siamo di fronte non è un Martini tradizionale: le note vegetali spiccano maggiormente con il vermouth extra dry, mentre la dolcezza di base caratterizza la bevuta, sicuramente meno rigorosa rispetto a quella fornita utilizzando un London Dry “juniper forward”.

(Foto: Paolo Topa)

Roku Gin

Per quanto riguarda il packaging, bottiglia spigolosa e forme geometriche essenziali: questo il primo impatto con questo Japanese Gin che non può far altre che incuriosire chi si avvicina per la prima volta al mondo dei Gin orientali. Roku in giapponese identifica il numero sei, come le botaniche del Sol Levante utilizzate in questo gin insieme ad altre otto, più tradizionali. Tra le prime sei troviamo due tipologie di tè verde e i fiori di Sakura che caratterizzano decisamente questo distillato.

Bevuto in purezza anche in questo caso i profumi prevalgono sui sapori: le note floreali sono prevalenti, ma si percepisce anche l’aroma di tè. Al palato Roku Gin è meno “espansivo” rispetto all’Etsu, risulta quasi più timido e riservato anche se mantiene un elevato livello in termini di finezza ed eleganza.

Apriamo un’altra tonica neutra e lo misceliamo in un G&T: ottimo risultato. Maggiore freschezza rispetto ad Etsu Gin e una persistenza citrica differente, con un finale meno speziato e leggermente meno intenso e ampio.

Nel Dry Martini il Roku Gin riesce invece a prendersi la rivincita sul connazionale: il drink risulta meno forte, ma più brillante (nonostante la gradazione alcolica sia identica, 43%), e questo perché probabilmente il Gin riesce a integrarsi in maniera più armonica con il vermouth essendo meno “spinto” in termini di intensità. Un’oliva infilata su un bastoncino e via, l’aperitivo è di gran classe… con un occhio orientato ovviamente verso oriente!

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