My Way – un ritratto di mio padre

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Abbiamo deciso di fare un regalo al giner Marco Cairone e, anche se non parla di gin, abbiamo lasciato che ci raccontasse la storia di suo padre

E’ una domenica mattina, in una pasticceria del centro di Milano in un mese d’inverno del 1958.

La pasticceria è affollata per fare a gara con le paste appena sfornate.

C’è ressa, la gente si accalca al punto da spingere e strattonarsi.

Due persone in particolare sono sul punto di mettere le mani sulle ultime paste ma ne rimangono poche.

Fuori dalla pasticceria gli amici dei due attendono che i coraggiosi volontari all’interno escano con un vassoio di pasticcini anche per loro.

“15 brioches per favore” – dice Pino al banco;

“Sono le ultime 12” – risponde il commesso;

“E io…?” – dice il vicino di gomito di Pino.

“Va bene, le prendo tutte più quella torta al cioccolato se me la taglia già a fette per favore e poi usciamo da questo caos e dividiamo tutto tra noi. Sei d’accordo Adriano?” – dice Pino al vicino.

“Va bene. Come dividiamo la spesa?”

“Nessun problema. Pago tutto io” – conclude Pino.

Felici e contenti.

In arte Pino, per tutti Giuseppe Cairone

Adriano è Adriano Celentano, agli inizi della sua carriera artistica. Comincia a farsi strada, ma manca ancora del tempo prima di arrivare alla fama che tutti gli riconosceranno con il nomignolo di “molleggiato”.

Pino è il nome con cui si fa conoscere invece tra gli amici Giuseppe Cairone.

Nato nel 1940 a Paternò, in provincia di Catania, da famiglia di umili origini (il padre faceva il contadino e pastore e la madre si occupava della casa quando non era impegnata a seguire i 4 figli) Giuseppe Cairone sente fin da ragazzino che l’ambiente della provincia di Catania gli è stretto.

Non ha tanta voglia di andare a scuola e ai banchi preferisce girovagare per il paese con compagnie poco rassicuranti. I genitori sono severi ma riversano nei suoi confronti più gentilezza e attenzioni, essendo l’ultimo dei figli e l’ultimo maschio al quale sono riusciti ad evitare il servizio militare, dopo che i due fratelli l’hanno dovuto sostenere e tornando molto cambiati ( o meglio non tornando…in quanto fermatisi al nord d’Italia in cerca di fortuna).

La madre disperata già per questa privazione, non vede di buon occhio il desiderio di Giuseppe di raggiungere i fratelli al nord e già una volta riesce a bloccare la corriera del paese sbarrandole la strada con la sua figura imponente perché il figlio, senza dire nulla e ancora minorenne, vi era salito di nascosto per lasciare la Sicilia.

Passano un paio d’anni ancora e stavolta Giuseppe riesce a partire con tutte le benedizioni del caso. A Milano, trova una città che sta rinascendo dal dopo guerra ma già lanciata in avanti come centro economico e fulcro del paese. C’è fermento, voglia di fare e tutto quello che si vuole fare viene anche facile se si hanno voglia e talento.

Giuseppe vede che i fratelli a Milano si erano inseriti nell’edilizia, giusto ambiente lavorativo data la grande richiesta di costruzioni dell’epoca e lui essendo ancora minorenne ( la maggiore età a quei tempi si raggiungeva a 21 anni) accetta di fare esperienza come manovale e ragazzo tuttofare per diverse imprese.

Intanto, appassionato da sempre alla musica, riesce a trovare anche il tempo alla sera di studiare qualche strumento alla scuola Civica di Milano e fa le prime esperienze con amici di band musicali improvvisate.

A 20 anni sapeva già suonare discretamente la chitarra e molto bene la cornetta ( un tipo di tromba) ma è il canto il suo strumento ideale.

Il suo primo genere è come quello che appassiona Celentano.

In quegli anni i giovani italiani guardano molto a ciò che arriva dagli Stati Uniti e il rock&roll fa breccia già nel 1955 con l’arrivo in Italia del film Blackboard Jungle, in italiano “Il seme della violenza” con la colonna sonora che contiene una canzone intitolata Rock Around the Clock cantata da un cantante sconosciuto in Italia, Bill Haley.

Come Celentano anche Giuseppe (che da quel momento decide di farsi chiamare Pino per ragioni artistiche) rimane folgorato e decide di diventare anche lui un cantante di rock’n’roll.

Come lo stesso Celentano ricorda:

“Ho cominciato con le imitazioni. Allora il rock’n’roll era una novità e se qualcuno lo cantava aveva successo anche se lo cantava male. Io imitavo Bill Haley per scherzare, con gli amici, in una sala da ballo in viale Zara. Avevo l’impostazione ma per il resto ero tutto squadrato. Ma intanto la voce si spargeva, che io cantavo il rock’n’roll…”

Pino continua invece a studiare, si perfeziona, studia anche un po’ di inglese, francese e spagnolo per passione.

Col lavoro diurno da manovale nei cantieri guadagna bene, certamente più di Celentano che tenta di sfondare con la sola musica e non riesce a comprare senza sofferenze alcune paste…

I due si conoscono perché frequentano gli stessi locali dove tentare fortuna e hanno anche suonato insieme ma Pino vuole raggiungere prima di tutto una vera tranquillità economica che ancora una volta si presenta quasi per caso su un vassoio d’argento.

I due fratelli più grandi non hanno molte aspirazioni, Pino invece ha ormai imparato molti segreti lavorando nei cantieri e prendendo spesso e con successo responsabilità superiori a operai più esperti di lui.

Il marmo come materiale di costruzione è in auge (lo testimoniano ancora i grandi e bellissimi androni di molti palazzi signorili di Milano).

Pino prende in disparte i due fratelli e li convince ad andare in giro come impresa dei tre Cairone a prendere commesse e lavori in diretta.

E’ un successo: lavorano come matti, si sporcano di polvere di marmo come fossero panettieri con la farina ma grazie a Pino si fanno conoscere come ottimi marmisti e le grandi imprese fanno a gara per assicurarsene la presenza quando occorre costruire pavimenti e facciate.

Col denaro guadagnato Pino riesce ad accedere ad altri livelli della vita milanese.

Studia in scuole private più preparate, organizza e ne diventa capo e impresario una band con musicisti già pronti e finiti e la sera riesce a trovare anche eventi di musica dal vivo con formazioni di piccola e media dimensione.

Siamo già nel pieno degli anni ’60 e Milano sa divertirsi.

I night club sono ancora ottimi locali ben frequentati dal jet set e dove i mariti portano anche le mogli per un’elegante cena, un ballo o solo per ascoltare della buona musica.

“Pino e la sua orchestra” non si fa scappare le migliori serate.

Naturalmente ne è passato di tempo dai primi rock&roll e vedendo un’utenza certamente più raffinata ed esigente, in un battibaleno Pino aggiorna il suo repertorio musicale aderendo a quello che resterà per il resto della sua vita il genere preferito: lo swing.

Con la cornetta in mano, un po’ suonando e un po’ cantando, sembra essere Louis Armstrong ma con il timbro di voce di un Frank Sinatra (tra l’altro suo idolo indiscusso).

Pino suona, canta, si diverte e realizzando che poteva guadagnare di più adesso con la sua passione, lascia il lavoro in edilizia – più massacrante –  per occuparsi a livello professionistico solo di musica.

Gira a quel punto non solo l’Italia ma tuta l’Europa e il fatto di poter cantare facilmente in tre lingue lo aiuta a farsi conoscere ed apprezzare meglio. Locali come l’Astoria di Milano, Capo Nero nel ponente ligure o i più noti locali di Roma, Torino e Venezia lo portano a soggiorni anche prolungati in città diverse.

Ma Milano resta nel suo cuore, dove ha cominciato e dove ritrova qualche anno dopo un Celentano ormai affermato e che ricordandosi di lui gli fa la “propostina” come i fratelli Celentano usavano fare ad artisti più o meno amici o conoscenti e che dimostravano talento e primi successi: la proposta è quella di entrare nel loro “clan”, nome dato alla casa discografica fondata da Adriano allo scopo inizialmente di garantire i diritti dei musicisti aderenti, riparati all’ala protettrice del grandissimo successo del molleggiato.

In realtà e per quanto l’ispirazione di questo clan fosse coinvolgere amici musicisti e scoprire anche nuovi talenti, ispirandosi in una certa misura al Rat Pack di Frank Sinatra, si cominciava a vociferare intorno ad operazioni poco “cortesi” se non addirittura da citazione in giudizio (noto il caso Don Bucky contro Celentano finito pure in tribunale).

Pino non accetta da subito e con fermezza ma senza polemiche, ringrazia Celentano e ancora molti anni dopo dirà ad amici e conoscenti che non se ne è mai pentito anche se l’adesione al clan avrebbe potuto essere, forse, un trampolino per un più rapido e grandissimo successo.

Dal 1969 ai giorni nostri Pino sembra avere davvero la lava dell’Etna al posto del sangue per quante iniziative prende e per le sue scelte di vita: all’apice del suo successo come musicista professionista, conosce in un locale a Saint Moritz dove si esibisce, quella che diventerà sua moglie e con la quale avrà 3 figli.

Comincia a essere stanco delle tournée che lo portano sempre più all’estero e meno in un Italia che sta già cambiando e che non è più tanto interessata alla grande musica dal vivo. Gli organici si riducono e le occasioni per esibirsi anche, con grande suo rammarico (ma aggiungerei con grande rammarico ancora oggi di tanti validi musicisti che continuano a trovare difficoltà e paradossalmente proprio nel nostro paese detto “culla del bel canto”).

L’estero è più ricettivo e continua a gradire.

La svolta arriva sul finire degli anni ’70 :

Pino decide di fermarsi e di dedicarsi ad alcune attività commerciali (bar, ristoranti, piccoli alberghi). Smette di suonare strumenti “faticosi” come i fiati e passa nel tempo libero ad eventi solo occasionali in cui spesso da solista canta e suona la chitarra o il pianoforte (strumento che avrebbe voluto studiare molto meglio, il che resterà un suo grande rammarico in parte sopito dall’averlo fatto conoscere ai suoi figli).

A parte una breve parentesi di un biennio negli anni ’80 accettando per un texano un lungo ingaggio negli Stati Uniti – dove il più delle volta canta durante magnifiche feste in ville da favola – produce e distribuisce in seguito un disco raccolta dei suoi maggiori successi di repertorio e oggi conduce una vita difficile da pensionato ( i tanti anni da commerciante non sono stati sufficienti a maturare il diritto ad una pensione, cosa vergognosa in un paese che si dice democratico e può ringraziare solo e proprio il minimo – comunque di importo insufficiente – della pensione maturata negli anni in cui è stato musicista professionista).

Nonostante questo resta sempre sorridente verso gli altri e la vita.

Come recita il testo della canzone “My way” portata al successo dal suo idolo Frank Sinatra :

I’ve lived a life that’s full
I’ve traveled each and every highway
But more, much more than this
I did it my way

Sì proprio my way potrebbe essere il suo motto.

Stare vicino ad un artista così vulcanico non è e non è stato facile.

Separatosi sul finire degli anni ’80 in modo non proprio pacifico, ha con l’anzianità consolidato ahimè i tratti della permalosità e orgoglio tipicamente siciliani.

Conduce oggi vita ritirata e appartata con pochi contatti, pure con i figli:

For what is a man, what has he got
If not himself, then he has naught
To say the things he truly feels
And not the words of one who kneels
The record shows I took the blows
And did it my way

Mi commuovo ancora però quando lo vedo ritrovare un sorriso e per qualche minuto la spensieratezza da ragazzino, nell’impugnare la sua chitarra e intonare una canzone,

Yes, it was my way

 

Brani:

1) cantante Pino Cairone: My way

2) cantante Pino Cairone: Blue suede shoes

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