Alla scoperta dei gin italiani

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Cosa ne pensano esperti e bartender della produzione nostrana di gin: solo moda o c’è un futuro?

“Italians do it better”: un modo di dire che torna spesso quando si parla di made in Italy. La domanda che ultimamente ci poniamo è: quest’affermazione si potrebbe riferire anche al gin? Cercheremo di dare questa risposta il prossimo 14 novembre, con una serata al The Gin Corner dedicata proprio ai gin italiani. Insieme a Schweppes, che con la carbonatura gentile delle sue toniche Premium Mixer lavorerà per esaltarne le botaniche, abbiamo scelto per questa serata dieci rappresentanti della produzione italiana di gin.

Un evento a The Gin Corner per parlare di gin italiano

Dieci gin, quindi, dal Trentino alla Sicilia, per apprezzare l’aromaticità e i profumi delle botaniche che offre la grande biodiversità che la nostra Italia ha la fortuna di avere: Collesi, Dol, Giass, Gin Agricolo, Malfy, Panarea, Peter in Florence, Sabatini, VII Hills, Solo Wild Gin. Ed è proprio per la loro carica di profumi, che questi gin sono particolarmente adatti soprattutto al Gin Tonic.

Fulvio Piccinino alla presentazione del suo libro “Il Gin Italiano”

C’è perfino chi, come lo storico e barman Fulvio Piccinino, sostiene che il gin lo abbiano inventato gli italiani, smentendo l’agiografia che dà il merito al famoso Boë Sylvius, olandese, di cui ospitiamo un ritratto accanto al bancone del The Gin Corner. Nel suo libro “Il gin italiano”, dedicato a tutti i barman e produttori italiani di gin, Piccinino ha ripercorso la storia di farmacisti, speziali e alchimisti che già nel XVI secolo, un secolo prima di Boë Sylvius, distillavano liquori a base di ginepro. In un’intervista rilasciata al nostro amico Stefano Nincevich per Bargiornale, Piccinino ha dichiarato che il suo libro prende le mosse da un “documento sensazionale datato 1555 che dimostra come la prima distillazione di Botanical Gin sia italiana. Seguono altri testi di alchimia, farmacopea e liquoristica a dimostrare che noi italiani il ginepro lo sapevamo e lo sappiamo lavorare e non siamo secondi a nessuno”.

Non è solo una questione di moda, quindi, ma anche di attitudine, che a noi italiani evidentemente non manca. Ce lo dimostra la storia di uno dei gin che saranno presenti il 14: VII Hills. Ci piace citare soprattutto questo perché è dedicato a Roma e ai suoi sette colli. E soprattutto perché nasce nel 2014, perché ci si accorge che stava tornando di moda il Negroni, ma incredibilmente un drink italiano non aveva un gin italiano a supportarlo. E se le botaniche erano proprio dei sette colli, lo stile era inizialmente britannico, per cui la produzione inizialmente era nel Regno Unito. Fin quando, l’anno scorso, come ci ha raccontato il brand ambassador Federico Leone, non si è deciso di “portare tutto sul territorio per diventare 100% italiani e poter finalmente dire di avere testa, cuore e mani italiane”.

Federico Leone, brand ambassador di VII Hills Italian Dry Gin

Il nostro amico barman Patrick Pistolesi ci ricorda che  “il made in Italy esiste eccome, è nel nostro sangue, è nel nostro palato, non è un concept: è codice genetico”. In Italia, continua Patrick, “non abbiamo una tradizione di gin, abbiamo inventato la liquoristica però e distilliamo dalla scuola salernitana, quindi abbiamo tutte le carte in regola per farlo. Il gin fondamentalmente è un distillato neutro di grano, che non fa invecchiamento e viene ridistillato o infuso con le botaniche che gli danno una personalità inconfondibile. Già, perché ogni gin ha la stessa base ma sono le botaniche che fanno la differenza a patto che il ginepro sia il più presente e il ginepro migliore al mondo si trova in toscana e in Sardegna”. Siamo quindi in un momento in cui c’è tanta competizione, spiega, quindi per distinguersi “bisogna fare qualcosa di eccellente, altrimenti non iniziare proprio: alzare lo standard senza compromessi, perché la qualità paga e noi lo sappiamo bene. La grande manifattura è roba nostra”.

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